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ANALISI MEDIOBANCA

Italia leader dell’export enoico, ma nei suoi mercati top il prezzo al litro è più basso della media

Il Belpaese, tra i grandi esportatori, è quello che ha la maggiore concentrazione nei primi 10 mercati di destinazione
FEDERVINI, MEDIOBANCA, Italia
Gabriele Barbaresco, Responsabile Area Studi Mediobanca

Tra i grandi Paesi produttori ed esportatore di vino, l’Italia è quella che ha la maggiore concentrazione nei suoi primi 10 mercati. L’indice HH, che misura proprio questo parametro, per il Belpaese tocca i 1.108 punti, sui 729 della Francia ed i 631 della Spagna. Ma c’è un altro aspetto peculiare: nei mercati dove è più forte per quota di mercato, l’Italia spunta prezzi più bassi rispetto agli altri. E così, nei suoi primi 3 mercati (che pesano per il 53,5% delle esportazioni), il prezzo medio del vino italiano è di 3 dollari al litro, che sale a 3,8 nei seguenti 7 mercati (che però pesano “solo” per il 24,7%. Non è così per la Francia, che vende a 6,3 dollari al litro nei sui primi 3 mercati (che valgono il 38,6% del suo export) e a 5,6 nei seguenti 7 (che pesano per il 36,3%), e non lo è neanche per la Spagna, che in entrambi i casi esporta con una media di 2 dollari al litro. Un aspetto che la dice lunga su quanto ci sia da lavorare proprio sul tema del valore, come spiegato, nell’assemblea di Federvini, oggi, a Roma, da Gabriele Barbaresco, Responsabile del Centro Studi di Mediobanca.
“L’Italia mette insieme questi due aspetti contraddittori - ha detto a WineNews - ovvero una capacita esportativa fortissima, ed il paradosso che nei mercati dove è più presente e leader, vende a prezzi più bassi della sua media, e questo non lo fa nessuno dei principali competitori. Questo dato si spiega in due modi: da un alto il vino italiano, nonostante il prezzo unitario sia in crescita, non riesce ancora a farsi riconoscere dal mercato un prezzo adeguato al suo valore reale, e dall’altro, il settore ha ancora un approccio “timido” ai mercati più lontani, soprattutto al Far East, dove chiaramente ci sono più rischi ma anche più opportunità, e dove le possibilità di spuntare prezzi più alti sono maggiori vista la crescita che c’è in questi Paesi della “upper class””.
E su questo pesa anche il modello dimensionale delle imprese vinicole del Belpaese, spesso piccole, legate ancora ad una gestione strettamente familiare, e poco inclini ad aprirsi a capitali esterni e al management, sebbene entrambi i fenomeni siano in aumento negli ultimi anni. Un modello che fino ad oggi ha funzionato bene, ma che ora, in uno scenario sempre più mondiale e globalizzato, “è un po’ alla corda ed inizia a mostrare i suoi limiti. La capacità di presidiare mercati lontani in maniera efficiente richiede per necessità una dimensione adeguata, e se noi esaminiamo i bilanci delle aziende - sottolinea Barbaresco - è un aspetto che emerge in maniera molto chiara. Le imprese che hanno massa maggiore riescono ad avere margini molto più remunerativi e soddisfacenti delle imprese più piccole, che pur con risultati positivi non hanno un profilo di redditività adeguato ai rischi imprenditoriali. Lo sforzo di crescita dimensionale secondo me è una via obbligata, che però si scontra con la struttura familiare e spesso chiusa all’apertura di molte imprese vinicole, e non è un caso che le più grandi realtà che abbiamo in Italia siano le cooperative, che hanno aggregato tanti piccoli produttori. L’attività vinicola resta comunque redditizia, come lo è il food in generale ed il vino in particolare, fiori all’occhiello della manifattura made in Italy, e tra i settori in più forte crescita. E anche per questo le aspettative dei produttori per il 2018 sono positive. Ma analizzando il settore, nonostante un quadro positivo, c’è un retrogusto amaro, dato dal potenziale inespresso, dalla consapevolezza che si potrebbe fare di più se ci fosse la volontà di fare uno sforzo verso l’ammodernamento e la managerializzazione delle imprese”.

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