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LA STAMPA

È la genetica la nuova frontiera della coltivazione della vite ... Non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore”. Cesare Pavese lo scriveva più di 60 anni fa, nelle pagine de La luna e i falò. Il fascino di una collina plasmata dalla mano dell’uomo è rimasto intatto, ma le tecniche di lavorazione tra i filari sono più volte mutate, seguendo esigenze differenti e nuove sensibilità.

Al di là della qualità e del valore del vino - anche se, ammonisce spesso Carlo Petrini, “pure un ottimo Barolo realizzato in una terra sempre più brutta è un po’ meno buono” - i vigneti hanno un importante valore ambientale e paesaggistico, rappresentano un prezioso ecosistema frutto dell’intervento umano e in grado di mettere d’accordo grandi architetti e rigidi osservatori della coltivazione biologica. Ma se nel secolo scorso si individuò nella chimica il mezzo più efficace per contrastare le fitopatologie attraverso l’impiego di antiparassitari, definiti via via anche come fitofarmaci, pesticidi, veleni chimici, nonché di fertilizzanti e diserbanti, è nel nuovo millennio che prende forza la domanda di una agricoltura che faccia meno ricorso alla chimica, a protezione della salute del consumatore e dell’ambiente. Tuttavia, oggi le uve coltivate sono sottoposte a una forte pressione da parte di varie malattie e parassiti, e quindi ricevono normalmente moltissimi trattamenti per proteggerle da insetti, muffe, funghi e patogeni vari.

L’obiettivo primario di ridurre l’impatto della chimica in viticoltura viene perseguito con la lotta integrata, che riduce l’uso di antiparassitari integrandoli con prodotti che non sono di origine chimica; la conduzione biologica, che limita l’uso di prodotti chimici ai soli rame e zolfo; la conduzione biodinamica, che esclude l’uso della chimica. “Ma non ci si può fermare qui dice Angelo Gaja, che sul tema negli ultimi tempi è intervenuto più volte con tutta la sua autorevolezza -. Vanno utilizzati anche quei sistemi che consentono di produrre viti con una buona resistenza alle malattie, inseguendo così l’obiettivo di contenere o abbattere il ricorso alla chimica per combatterle”.

Detto in altre parole, sembra sempre più difficile evitare, più o meno aprioristicamente, l’aiuto della scienza sotto forma della genetica applicata alla vite. “Questo - spiegano gli esperti di WineNews che hanno condotto un’analisi sul tema per Vinitaly - significa percorrere un nuovo cammino, accompagnati dalla cisgenesi, che consente di ottenere “super-viti” attingendo esclusivamente ai geni della stessa specie. Consente, insomma, di ottenere modificazioni mirate analoghe a quelle spontanee e al contempo di preservare le varietà tradizionali messe in pericolo da patogeni”. Un’altra via è quella del genoma editing, “che esegue modificazioni mirate e corregge le sequenze del genoma, accelerando, per così dire, il processo di selezione naturale di varietà di uva più resistenti alle malattie, senza alterarne le qualità organolettiche. Le piante che

ne derivano sono quindi al 100% di Vitis vinifera, non equiparabili a quelle ottenibili per transgenesi, che danno luogo a 0gm, ricorrendo all’introduzione di geni provenienti da specie diverse, come nel caso del mais BT a cui sono stati aggiunti i geni di un batterio”.

Il progresso scientifico corre veloce e sarà difficile non tenerne conto, anche se spesso il mondo del vino usa la tradizione come strumento di marketing. Dice ancora Gaja: “Andrà chiesto ai vivaisti di dedicare più attenzione al materiale derivante da selezione massale, per non affidarsi totalmente alla elezione clonale che produce viti più fragili. Al fine poi di recuperare salute al vigneto, andranno estese le pratiche

per rafforzare la vitalità del suolo. La strada per abbattere l’uso della chimica nel vigneto è lunga, se la si vuole condurre con successo va percorsa senza paraocchi, con tutti gli strumenti disponibili”.
Roberto Fiori

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