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LA STAMPA.IT

Vino, Parker il re degli enocritici lascia la carta e guarda all’Asia ... Dal 2013 “The wine Advocate” punta ad essere solo on-line e studia una base operativa in Cina dedicata a mercato e produzione. Il prossimo anno sarà il momento chiave per le nuove enostrategie di vendita e comunicazione ... Ad anticipare uno scenario destinato a segnare profondamente il mondo della critica enoica internazionale ci ha pensato il “Wall Street Journal”, in Italia la notizia è rimbalza sul sempre informatissimo “WineNews” e ora i rumors sono notizie certe: Robert Parker “The wine advocate”, forse il critico più influente del panorama internazionale è pronto a lasciare la carta per il web ma soprattutto sarebbe deciso a spostare la sede operativa dagli Stati Uniti all’Oriente, in particolare a Singapore. La spinta viene da nuovi investitori che stanno per entrare pesantemente nella società fondata da Parker . Ma il tutto poggia anche sulla crescita dell’Oriente e in particolare della Cina non solo nel panorama dei mercati e quindi dei potenziali acquirenti ma anche di quello dei produttori. “The wine advocate” oggi ha tra le sue firme più prestigiose Antonio Galloni (firma che recensisce i vini di tutta Italia, oltre che di Champagne e Borgogna), David Schildknecht, Mark Squires o Neal Martin, gli enogiornalisti che negli anni sono stati capaci di fare la fortuna di un territorio ora la squadra è destinata a crescere e a cambiare proprio guardando alla Cina e al futuro. Il segnale che arriva da Parker e dal suo team , da sempre i più rapidi a interpretare i flussi economici, anticipa una profonda riorganizzazione che sta toccando il pianeta vino, nuove strategie e nuove necessità. Ormai si stanno delineando due mercati differenti: quello dei grandi numeri e quello delle bottiglie di valore, strategie globali con messaggi e soluzioni di comunicazione a volte opposte. Tramontano così le banali divisioni geografiche, non basta presidiare un territorio per vendere un vino ma servono persone diverse per parlare al mercato di fascia alta e di grandi numeri. Una strada come al solito anticipata dai francesi ma in cui l’Italia può rivestire un ruolo importante con i nostri straordinari rossi in prima linea. Vendere grandi bottiglie richiede un linguaggio e una cultura diverse perché diverso è l’interlocutore. L’identikit del “winebuyer” di fascia prestige è spesso quella di un manager o addirittura di un “tycoon”che conosce quello che compra e non chiede solo un buon vino, vuole portarsi a casa un sogno, un mito, una bottiglia unica o almeno speciale ed è pronto a pagarla il giusto prezzo, quindi tanto, tantissimo.
L’Italia è perfetta per questi nuovi mercati. I grandi luoghi del vino, i cru, non sono più solo proprietà esclusiva dei francesi, ma trovano tra le nostre colline terreno fertilissimo. I più lungimiranti sono stati Frescobaldi, in Toscana, con prodotti come Ornellaia e Masseto e Gaja, in Piemonte, con bianchi e rossi diventati ormai leggendari in tutto il mondo. Ma tanti sono i nomi simbolo dell’Italia del vino, l’ultimo caso è quello della collina di Cannubi. Siamo tra i migliori di Langa, territorio del Barolo. L’occasione è l’uscita - prevista per domani - di una serie di 500 magnum firmati Ceretto e nati in una piccola vigna di quella zona incredibilmente vocata. A Barolo arriveranno critici, chef e nomi dell’enologia mondiale attratti non da una singola cantina ma da un luogo magico, uno di quei posti del vino che fanno fare agli appassionati migliaia di chilometri in auto e in aereo. Cannubi è già- prima di qualunque decisione dell’Unesco - patrimonio dell’umanità enoica e i produttori che hanno la fortuna di poter mettere questo nome sull’etichetta come Marchesi di Barolo, Borgogno, Damilano, Poderi Einaudi, Chiarlo, Sandrone, Brezza, Pira, Rinaldi, Mascarello, Scavino, Barale, Serio e Borgogno e ora anche Ceretto sanno di mandare in bottiglia un mito. Chi lo vende al mondo non può essere lo stesso che muove i grandi numeri deve spiegarlo e farlo capire. Robert Parker abbandona la carta e soprattutto guarda alla Cina e all’Oriente perché ha capito che da quelle parti non ci sono produttori e consumatori che comprano a scatola chiusa spinti solo dal marchio, da un nome, ma si trovano in abbondanza esperti che quando stappano una bottiglia vogliono versare nel bicchiere un territorio e quindi chiedono giornalisti in grado di aiutarli a capire e a scegliere. La Cina è una nuova sfida ma lo stesso discorso vale per i nuovi consumatori americani - sempre più consapevoli - e per il resto del pianeta dove i grandi vini stanno diventando sempre di più uno status symbol non solo economico ma soprattutto culturale.

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