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LIBERO

La battaglia dei vini: la Cina vuol copiare pure il nostro spumante ... I produttori asiatici chiedono di ridurre l’import della bevanda e raddoppiare la produzione locale. Clonando i vitigni italiani ... La Cina è la terra promessa del vino mondiale: tutti cercano in tutti i modi di vendere lì, in un mercato cresciuto negli ultimi cinque anni a una media del 20% all’anno per un consumo di 156 milioni di casse da nove litri. La Cina è oggi il quinto consumatore al mondo e potrebbe diventare a brevissimo il primo. Ma il vino locale è poco e cattivo. Così i produttori cinesi si scoprono protezionisti e protestano perché l’Unione Europea - a loro dire - ha danneggiato il mercato e gli operatori locali. Sarebbe da dire: chi di dumping ferisce, di dumping perisce. Ma i cinesi non sono morbidi nel mondo degli affari e mentre accusano gli europei di concorrenza sleale (sic!) hanno chiesto ufficialmente – lo riferisce l’agenzia di regime Xinua - al loro ministro del commercio di verificare se le importazioni dall’Europa e i sussidi concessi dall’Ue stiano danneggiando il mercato interno del Paese. A dare la stura alla protesta ufficiale è stato Wang Zuming dell’associazione cinese dei produttori di bevande alcoliche. Qui sorge il sospetto che proprio di vino non si tratti. Il boom di consumo delle bottiglie d’importazione - arrivato a sfiorare lo scorso anno il miliardo e mezzo di dollari con la Francia che detiene in valore metà del mercato - in realtà non è andato a discapito dei “vignaioli a mandorla”, ma dei produttori della bevanda nazionale: il Moutai, un distillato che tanto assomiglia al nauseabondo “Gin Vittoria”cheil ministero della Verità distribuiva nel mitico 1984 di George Orwell. Perché i cinesi al vino ci hanno preso gusto. Non solo lo bevono, ma ci fanno affaroni. Stanno affinando i gusti; amano gli spumanti, con lo Champagne che è aumentato del 40% in un anno arrivando a 880 mila litri (ma quelli italiani sono a un incollatura: 820 mila litri con un più 87%), vogliono etichette antiche e cominciano a berlo anche fuori dal triangolo d’oro - Shangai, Pechino, Guangzhou - nelle province centrali. Per adesso sono un mercato di 20 milioni di consumatori, ma quelli potenziali sono 200 milioni e se il popolo beve vino cinese che costa al massimo 2 euro, i ricchi non badano a spese. A fronte di questa passione per Bacco il governo della Repubblica Popolare ha varato un piano quinquennale: da qui al 2014 la Cina a raddoppierà la sua produzione arrivando a 22 milioni di ettolitri di vino: la metà dell’Italia. Perciò - ricorda Attilio Scienza ordinario di viticoltura alla Statale di Milano –ha chiesto alle università italiane di studiare cloni di vite che non siano Cabernet, Merlot e Syrah che i francesi hanno piantato in Cina. Un boom che alla più importante cantina cinese, Château Changyu-Castel, nel 2011 ha fatto crescere le vendite del 79%, e il fatturato del 21%, a 918 milioni di dollari. Per paradosso mentre protestano per gli aiuti che la Ue concede ai suoi produttori (in Italia assommano a 83 milioni di euro: il 60% di questi soldi sarà investito in progetti per conquistare il mercato cinese anche perché l’Italia è ancora un partner emergente in Cina) i cinesi si preparano a esportare il loro vino. I supermercati inglesi - secondo WineNews, il sito italiano di vino più cliccato - Waitrose sta distribuendo il Changyu Cabernet Gernischt, del Gruppo Changyu Wine, la maggiore e più antica cantina cinese. Intanto i tycoon cinesi continuano a fare shopping a Bordeaux dove li chiamano i salvatori. Sono 17 le cantine comprate da grandi gruppi della distribuzione vinicola cinesi ma anche dal magnate dei gioielli Shen Dongjun e dalla star del cinema Zhao Wei. Sono sbarcati anche in America con l’acquisto Biallia Vineyards e hanno messo le mani attraverso Shangai Cigarettes su uno dei distributori più importanti di Francia: la Diva Bordeaux. I cinesi sono gente strana: protestano con l’Ue ma comprano in Europa e chiedono la Dop per i loro prodotti. Ne hanno già 5: dagli spaghetti di amido di fagiolini al pomelo e si stima che le specialità agroalimentari cinesi che potrebbero ottenere il riconoscimento sono circa 500 per un potenziale fatturato di 70 miliardi di euro. È proprio vero: la Cina è forte perché è varia. Spesso - almeno nell’agroalimentare - anche avariata.

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