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TERRITORI

Locomotiva sociale, ambientale ed economica del Sannio enoico: La Guardiense

Dalla nascita, nel 1960, alla rivoluzione qualitativa degli ultimi anni, tra sostenibilità, zonazione e redditività

Enormi vasche di cemento, figlie degli anni Sessanta, e non delle mode del momento, ma anche autoclavi che di norma troveremmo in una qualche azienda di Valdobbiadene, e poi, un dedalo di barrique: nella cantina de La Guardiense c’è spazio per tutto, ed ogni dettaglio racconta e testimonia i passi avanti, la voglia di cambiamento, di modernità, di ricerca della qualità, ma anche e soprattutto di connessione con il mercato. Siamo nel Sannio, territorio storico della viticoltura italiana che, d’altro canto, in ogni Regione ha storie da raccontare. Questa, è la storia - né facile, né banale per una grande cooperativa del Meridione - di una cantina sociale che ha deciso di investire in tecnologia e qualità, ed affrancarsi dal ruolo di cantina destinata a produrre grandi quantità di vini sfusi, per puntare invece sulle peculiarità del proprio territorio, divenendone vera e propria locomotiva. È un percorso iniziato, anni fa, quello de La Guardiense, punto di riferimento del Sannio enoico, con 1.000 viticoltori soci, 1.500 ettari di vigneti e 200.000 quintali di uve prodotte ogni anno, perlopiù di Falanghina e Aglianico, le varietà regine del territorio, per sette milioni di bottiglie che finiscono sul mercato.
Oggi, quella che era nata, nel 1960, dall’unione di intenti di 33 soci, è un attore non solo vinicolo, ma anche sociale ed economico fondamentale. Che, nei primi anni Settanta ha giocato un ruolo fondamentale nella nascita della prima Doc del Sannio, quella del Solopaca. Nella cantina di Guardia Sanframondi, dal 2007 in avanti, ossia da quando è arrivato dall’Umbria l’enologo aziendale Marco Giulioli, la svolta qualitativa è entrata nel vivo. Traducendosi, in bottiglia, in un progetto di salvaguardia dei vitigni autoctoni (Aglianico, Piedirosso, Falanghina, Fiano, Greco e Coda di Volpe) da cui è nata la linea “Janare”, le leggendarie streghe del Beneventano, figure mitiche della civiltà contadina del Sannio, una leggenda che celebra la forza e il ruolo delle donne. Nel 2018, quindi, arriva la svolta verso la sostenibilità, prima di tutto ambientale, ma anche sociale ed economica, e qualche mese fa ha mosso i primi passi il “Progetto Terroir”, ossia lo studio dei suoli e la loro diversità - tra terrazzamenti alluvionali, sabbiosi e ghiaiosi, terre nere, marnose e ignimbrite, roccia piroclastica nata dalle esplosioni dei Campi Flegrei di 39.000 anni fa - nucleo di una vera e propria zonazione, sulla scia di quanto fatto dai più grandi territori del vino italiano, per conoscere le caratteristiche dei terreni de La Guardiense ed esaltarne così il rapporto con le varietà autoctone, grazie al lavoro del professore Antonio Di Gennaro dell’Università Federico II di Napoli.

Il risultato, oggi, è quello di una cantina sociale capace di farsi carico di un intero territorio, o quasi, interpretando un ruolo che va ben al di là di quello di una semplice cantina, a partire proprio dalla tutela dell’ambiente, “ben rappresentato dalla certificazione di sostenibilità ambientale che, nel 2018, abbiamo raggiunto per molti nostri prodotti”, racconta a WineNews il presidente de La Guardiense, Domizio Pigna. “A livello sociale, sul territorio siamo un aggregatore non solo per i nostri soci, ma anche per le altre aziende del Sannio. Una responsabilità che va oltre il vino, e non è un caso che la nostra cantina sia diventata un hub vaccinale, ma per noi è la normalità sostenere il territorio in tutto ciò che possiamo”. In termini produttivi, “i numeri de La Guardiense consentono di stare in maniera importante sia sul mercato interno che su quelli esteri, dove proviamo sempre a muoverci in sintonia con il Consorzio del Sannio”.

A proposito di sostenibilità economica, come ricorda Riccardo Cotarella, “ogni qualvolta che un carro si mette in cammino, necessita di qualcuno che lo tiri, e non è facile. In questo caso, La Guardiense l’ha tirato in maniera singolare, da sola, facendo ricerca, sperimentazione, qualche errore, e dando un futuro interessante a questo territorio. Ogni volta che sfatiamo certi pregiudizi, che spesso arrivano da chi non ha mai calpestato un vigneto, è un’opera di bene per chi vive in certi territori. Nasce così la voglia di abbandonare la tradizione buia dei vini in cisterna per sposare la svolta del vino di qualità. Adesso bisogna sfatare il preconcetto per cui non ci sia spazio per fare qualità nelle cooperative del Meridione: lo dimostra La Guardense, ma non solo. La cooperativa è un fondo inestimabile di orgoglio, perché il produttore, che va nella vigna dalla mattina alla sera, al vento, al ghiaccio, al caldo, vuole essere protagonista di ciò che fa, non scarica l’uva alla cantina sociale, come pensa qualcuno, ma consegna il frutto del suo lavoro. Sta a noi - sottolinea Cotarella - portarlo alla produzione e farne un vino che rappresenti il sacrificio di un produttore, che ha saputo aggiornarsi nell’uso delle tecnologie grazie all’aiuto della scienza e di noi enologi, offrendo un prodotto che non solo non ha nulla da invidiare alle piccole aziende, ma forse ha persino qualcosa in più. La Guardiense è fatta di 3.600 micro-territori, abbiamo una possibilità di scelta che nessun altro ha, trasversale dal punto di vista territoriale, climatico, dialettale, un mare ricchissimo in cui pescare. Siamo virtuosamente impegnati per dare ai produttori la gratificazione economica e morale dei loro sacrifici, creando una simbiosi mutualistica tra tecnico e produttore, che sfocia in vini eccezionali, frutto di un lavoro virtuoso che guarda con ambizione e consapevolezza al mercato”, conclude il presidente Assoenologi, Riccardo Cotarella.

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