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L’orto, “dove si ritrova serenità dal contatto con la terra e ci si allontana per un poco dal mondo”

Ricordando Pia Pera con le sue parole, a WineNews, e con “L’orto di un perdigiorno” letto in versione audiolibro dalla voce di Tamara Fagnocchi

“Un luogo dell’anima, dove si ritrova serenità dal contatto con la terra e ci si allontana per un poco dal mondo”: allo stesso tempo magico e concreto, ecco l’orto nelle parole, a WineNews, di Pia Pera, la scrittrice, scomparsa prematuramente, appassionata giardiniera che ha divulgato un’idea diversa di giardino attraverso libri, articoli e il sito “Orti di Pace”, dove trattava di orti e giardini didattici nelle scuole e negli spazi pubblici. Per ricordarla, il suo celebre libro “L’orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano” (pubblicato nel 2003 con Ponte alle Grazie) è ora anche un audiolibro, letto da Tamara Fagnocchi (Storytel, durata 6 ore e 47 minuti), la cui voce poetica rispecchia le parole dell’autrice rivolgendosi il suo invito a riconciliarsi con la natura.
L’orto come scuola di vita per bambini e adulti, per imparare non solo il gusto, ma anche pazienza, parsimonia ed i tempi della natura, e per una maggiore versatilità a cambiamenti del mondo grazie al ruolo “didattico” della terra, sono alcuni dei tanti valori di quel “fazzoletto di terra” tanto importante, emersi da “Il giro dell’orto”, convegno organizzato da WineNews, nel 2010 a Montalcino, chiamando a raccolta alcuni tra i maggiori esperti sul tema, come, tra gli altri, il giornalista Carlo Cambi, l’architetto del paesaggio Emilio Trabella, Fabio Renzi, segretario Symbola, Fondazione per le Qualità Italiana, e Giacomo Mojoli, docente della Facoltà di Design del Politecnico di Milano, accanto al contributo di Pia Pera. Che ne “L’orto di un perdigiorno” affermava che quando ci sono fuori ad attenderci un orto o un giardino, non si vorrebbe far altro. È la pace. Un senso di pienezza. Quella beatitudine che fa assaporare il vento, le nuvole nel cielo azzurro, il pendio di una collina, uno scroscio di pioggia. Quasi si ha pudore di riconoscersi appagati per così poco. Più facile sfoggiare tutto quello che ci hanno condizionato a desiderare ma non è mai servito a renderci felici.
Cedendo a un desiderio che aveva da sempre, quello di vivere in campagna, l’autrice si era trasferita in un podere, scoprendosi analfabeta. Nel senso: non sapeva fare assolutamente niente. Ma invece che scoraggiarsi, lì inizia l’avventura che la porterà a una terra sconosciuta, o meglio: alla terra. Occupandosi di alberi da frutta e ortaggi, imparerà a conoscere il mondo naturale, intrecciando nuove amicizie, trovando maestri che le trasmetteranno la loro esperienza. Soprattutto, scoprendo una felicità che non aveva mai assaporato e provando il desiderio di raccontarla.
Chissà se, avvertiti di questa felicità, ci accorgeremo di avere bisogno di infinitamente meno per sentirci appagati. Di essere più liberi di quanto crediamo, che invertire il senso di marcia, smettere di distruggere il nostro pianeta, sarebbe, dopo tutto, possibile. Che coltivare il cibo che mangiamo, renderci il più possibile autonomi dal mercato, non sprecare, inquinare un po’ meno è un modo degno di vivere e lasciar vivere. Cronaca di un apprendistato orticolo, il libro si conclude con la dispensa piena ma soprattutto con un invito alla riconciliazione con la natura.

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