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IL PROGETTO

L’Orvieto, vino che fu amato da Imperatori e Papi, tra i bianchi storici d’Italia, guarda al futuro

Sperimentazione in vigna e cantina, comunicazione ed innovazione le direttrici condivise da produttori dal Consorzio Vini di Orvieto

Forte della sua storia, ma con lo sguardo verso il futuro, che passa dalla sperimentazione in vigna e cantina, da una maggiore comunicazione, dall’affermazione dell’identità enoica di oggi, dalla valorizzazione dei diversi terreni da cui nasce, e da un percorso importante per farlo uscire dall’agone dei vini che si giocano il mercato sulla concorrenza di prezzo, per buttare la palla nel campo più nobile della competizione sulla qualità: è questo il domani dell’Orvieto, storico vino bianco d’Italia, prima amato dagli Imperatori di Roma, e poi dai Papi, e dalle loro corti, particolarmente amato da papa Paolo III Farnese e papa Gregorio XVI, l’Orvieto, vino storico delle terre che dall’Umbria abbracciano il Lazio, lodato fin dagli Etruschi, e che d’Annunzio definì “sole d’Italia in bottiglia”.

Oggi espressione dei Procanico, o Trebbiano toscano, e Grechetto, il vino che pittori come Pinturicchio e Signorelli chiesero come vitalizio tra la fine del Quattrocento ed il Cinquecento, nei lavori per gli affreschi del capolavoro d’arte romanico-gotico che è il Duomo, vino prodotto in oltre 12 milioni di bottiglie (il 60% all’export, soprattutto Germania, Uk, Usa e Canada) che nasce da un territorio di oltre 2.100 ettari tra Orvieto e altri 17 comuni tra Umbria e Lazio, con la zona classica ristretta alla Valle del Paglia, alle pendici della città orvietana, inizia un percorso che consapevole del passato, guarda al domani, come spiegato a WineNews da Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi e del Comitato Scientifico Vini di Orvieto, ieri, da “Benvenuto Orvieto di Vino”:
“non è certo la qualità, sui cui ovviamente dobbiamo sempre investire, il tallone d’Achille di questo vino, quanto l’apporto comunicativo, che è andato un po’ scemando. Non è stato fatto nulla per ricordare i vecchi fasti, che comunque devono essere riferimento, anche se dobbiamo andare avanti, guardare al futuro. Stiamo sperimentando le prime bollicine (prodotte con il Metodo Martinotti e con l’uvaggio del bianco d’Orvieto) che ha ottenuto già buoni consensi, stiamo studiando i diversi territori e terreni di Orvieto, calcareo, tufaceo, vulcani e sabbioso, le performance del Procanico, e il legame con le bellezze della città. Quest’anno abbiamo scelto stato il pozzo di San Patrizio (capolavoro architettonico di Antonio da San Gallo il Giovane, costruito tra il 1527 ed il 1537, con la sua doppia scala elicoidale, ndr) l’anno prossimo sarà “Orvieto Underground” con tutte le sue gallerie sottorranee etrusche dove un tempo si invecchiava il vino, guarda caso. Con la storia che è preambolo e propedeutica per il futuro. Oggi il 70% dell’Orvieto - ricorda Cotarella - è consumato all’estero, ma è tutto in gdo, dove si fa concorrenza dei prezzi, e di questo si muore, sparirebbe il vino di Orvieto. Dobbiamo salire di livello raccontarci alla ristorazione, fare tante grandi degustazioni all’estero, c’è grande disponibilità da parte di imprese ed istituzioni e lo faremo, ma tutto questo ha un senso se chi racconta il vino ci sostiene”.

Uno sforzo quasi naturale, come raccontato dal giornalista, produttore (in Puglia, ndr) ed esperto di vino, Bruno Vespa: “dopo aver visto queste bellezze, questo territorio, un bel bicchiere di Orvieto va già che è un piacere. La qualità è cresciuta tanto negli anni: prima era solo un vino piacevole, oggi è un vino buono. Vedere questo territorio, i vigneti che abbracciano la rupe di Orvieto, con questo Duomo unico, è un’esperienza che consiglio di fare, oggi il mondo vive di storie e di simboli, e qui c’è tutto”.

E c’è tutto anche per affermare un’identità, uno stile dell’Orvieto, come racconta Renzo Cotarella, uno dei più importanti enologi e manager del vino italiano (dg Marchesi Antinori, ndr), che, sul territorio, lavora da oltre 40 anni:

“l’Orvieto ha una storia lunghissima, e uno stile definito lo ha avuto eccome. Oggi i tempi son cambiati, ed è necessario ritrovarne uno. Quello che è certo è che il territorio ha una forte identità, è capace di esprimere vini dalla grande caratterizzazione, si tratta di lavorare bene, e sono fiducioso che lo faremo. Già nel 1977 il Consorzio mise in campo un lavoro legato alla caratterizzazione dei terreni che è ancora molto attuale, perchè l’Orvieto ha sostanzialmente un terreno sedimentario, uno vulcanico nella zona alta verso sud Est, e quello alluvionale della valle del Paglia (raccontati anche visivamente nelle cartografie di Alessandro Masnaghetti, ndr) e questa diversità, da esprimere e raccontare, è un’opportunità anche per il futuro”.

Un territorio a cui non mancano cantine di blasone, dal celeberrimo Castello della Sala della famiglia Antinori alla Famiglia Cotarella, da Decugnano dei Barbi a Le Velette, da Barberani a Mottura, a grandi realtà che producono ed imbottigliano il nettare giallo del territorio, da Ruffino a Schenk Italia, da Carpineto a Rocca delle Macie, da Piccini a Mgm - Mondo del Vino, per citare i più importanti.

E tra le caratteristiche, magari meno conosciute, dell’Orvieto, c’è la capacità di andare oltre il “vino d’annata”, e di invecchiare. Come testimonia Enzo Barbi, alla guida di Decugnano dei Barbi e vice presidente del Consorzio di Orvieto , una delle griffe storiche del territorio: “da anni mettiamo via bottiglie da invecchiare, pensate soprattutto per la ristorazione, anche di 10 anni, perchè siamo convinti che l’Orvieto dia il meglio di sé dopo qualche anno di maturazione in bottiglia”.

Vini che riposano in tombe e grotte che risalgono ai tempi degli Etruschi, per dire di una delle tante affascinanti peculiarità che l’Orvieto può raccontare. Lungo un percorso che, aspetto non secondario, il territorio condivide, come spiega il presidente del Consorzio dei Vini di Orvieto , Vincenzo Cecci: “quasi la totalità delle cantine socie condividono i progetti, c’è unità di intenti, lavoriamo tutti insieme al rilancio dell’Orvieto, che passa dall’abbinamento con le bellezze, l’arte, la cultura, la cucina della nostra Città, e poi dalla sperimentazione, che stiamo seguendo, con il clone T34 del Procanico, e la spumantizzazione dell’uvaggio dell’Orvieto”. Vino dal grande passato, che punta ad un altrettanto grande futuro.

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