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LEGGE E MERCATI

Made in Italy agroalimentare, record dell’export nel 2018. E Di Maio annuncia la “Legge Pernigotti”

Esportazioni a 42 miliardi di euro (Coldiretti su dati Istat), mentre il vicepremier lancia l’idea di una legge per vincolare i marchi al territorio
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Nuovo record per l’export agroalimentare italiano

Il made in Italy agroalimentare tira, nonostante tutto. Nonostante i problemi interni legati alle tante criticità di una filiera lunga ed articolata, che va dalla produzione della materia prima alla trasformazione dei prodotti, e nonostante le crescenti tensioni internazionali che, storicamente, non giovano ai commerci. Eppure, il 2018, ha segnato un altro anno record per l’export del wine & food made in Italy, annuncia la Coldiretti, con un crescita del 3% sul 2017, a quota 42 miliardi di euro, secondo le proiezioni dell’Istat. Eppure, l’industria del falso made in Italy e dell’Italian Sounding, ancora oggi, “fattura” 100 miliardi di euro, più del doppio dell’export legale. Dato ribadito nella Giornata nazionale della Bandiera, con la celebrazione di 222 anni dalla nascita del primo Tricolore.
Ma oltre che sulla tutela dei vero made in Italy, il Governo annuncia novità anche su un altro fronte: come annunciato nei giorni scorsi dal Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e vicepremier, Luigi Di Maio, si lavora a quella che è già stata ribattezzata “legge Pernigotti”, in riferimento alla vicenda che sta coinvolgendo da mesi lo stabilimento di Novi Ligure dello storico marchio dolciario italiano, che la proprietà turca, della famiglia Toksoz, vorrebbe smantellare.
“Nascerà una legge che si chiamerà così e nel futuro obbligherà i marchi italiani a produrre sul territorio italiano. Se un marchio è italiano da centinaia di anni deve restare sul territorio con i lavoratori che lo hanno fatto grande. È finita l’epoca in cui i governi avallavano operazioni di speculazione finanziaria sul made in Italy. Ora il Governo è dalla parte dei lavoratori e soprattutto di un territorio che ha fatto grande un marchio”, ha detto nei giorni scorsi Di Maio.

Da capire come, e se, questo si concretizzerà, ma intanto l’idea è lanciata. Di certo, come detto, ad ora ci sono i numeri. Da un lato, come detto quelli dell’export.
“Quasi i due terzi delle esportazioni agroalimentari - precisa la Coldiretti - interessano i Paesi dell’Unione Europea dove il principale partner è la Germania mentre fuori dai confini comunitari sono gli Stati Uniti il mercato di riferimento dell’italian food. A spingere la crescita - sottolinea la Coldiretti - sono i prodotti base della dieta mediterranea a partire dal vino ma la vera star è la categoria degli spumanti che balzano del 13% e raggiungono un valore delle vendite all’estero superiore a 1,5 miliardi. A seguire - continua la Coldiretti - l’ortofrutta fresca che in valore fa segnare pero’ una leggera frenata del 4%, mentre buone performance vedono protagonisti i salumi, i formaggi con un incremento del 3% in valore e la pasta che aumenta del 2%. Sul successo del Made in Italy agroalimentare all’estero pesano in futuro i cambiamenti in atto nella politica internazionale che potrebbero tradursi in misure neoprotezionistiche che riguardano i principali mercati di sbocco. Sul rapporto con la Gran Bretagna c’è l’incognita della Brexit ma a rischio sono anche le altalenanti relazioni commerciali con gli Stati Uniti di Donald Trump mentre il settore continua a subire gli effetti negativi dell’embargo in Russia con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi, ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia ed Australia. Dall’altro, quello dell’Italian Sounding.
“Per fare leva sul patriottismo nei consumi, il tricolore sventola sul 14% delle confezioni alimentari - sottolinea Coldiretti - ma in ben il 25% dei prodotti sugli scaffali c’è comunque un evidente richiamo all’italianità che spesso viene sfruttata a sproposito”.
Un valore aggiunto importante, quello del made in Italy, nel mondo, ma anche in Italia, visto che “Quasi i 2/3 degli italiani sono disponibili a pagare almeno fino al 20% in più pur di garantirsi l’italianità del prodotto che si portano a tavola secondo l’indagine Coldiretti/Ixe”.

Sui falsi, dunque, è necessario un giro di vite, sostiene Coldiretti, “un indirizzo che è supportato dagli interventi della Corte di Cassazione che va tuttavia rafforzato da una normativa più stringente come previsto dalle proposte di riforma dei reati alimentari presentate dall’apposita commissione presieduta da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie promosso dalla Coldiretti. La riforma Caselli - spiega la Coldiretti - prevede un rafforzamento dell’articolo 517 del Codice Penale sull’uso di nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, la provenienza o la qualità dell’opera o del prodotto”.
Per tutelare il vero Made in Italy, la Coldiretti ha promosso insieme ad altre nove organizzazioni l’Iniziativa Europea dei Cittadini “EatORIGINal - Unmask your food” (www.eatoriginal.eu) per estendere l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti, una petizione chiede di migliorare la coerenza delle etichette, inserendo informazioni comuni nell’intera Unione circa la produzione e i metodi di trasformazione, al fine di garantire la trasparenza in tutta la catena alimentare.
Ma bisogna agire anche sul fronte della comunicazione, dove “occorre superare peraltro l’attuale frammentazione e dispersione delle risorse per la promozione del vero Made in Italy all’estero – ha ribadito il presidente Coldiretti, Ettore Prandini - puntando a un’Agenzia unica che accompagni le imprese in giro nel mondo sul modello della Sopexa ed investire sulle Ambasciate”.

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