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Nei rapporti commerciali (fragili come non mai) tra Cina e Unione Europa, a rimetterci rischia di essere il wine & food: Pechino pretende, entro l’1 ottobre, una nuova certificazione sanitaria che garantisca la salubrità dei prodotti agroalimentari

I rapporti commerciali tra Cina ed Europa non sono mai stati così fitti, e allo stesso tempo, così fragili. Lontani i tempi in cui il gigante asiatico era solo un Paese produttore, oggi le relazioni si basano su presupposti ben diversi, e non mancano, specie negli ultimi tempi, i motivi di attrito. Risolti dall’Unione Europea, spesso e volentieri, con dazi anti dumping volti a difendere le produzioni nazionali, come è successo nel caso dei pannelli fotovoltaici ed in quello dei laminati a caldo (per i quali la Commissione Ue ha confermato ad inizio aprile una tassazione che oscilla tra il 18,1% ed il 35,9% per i prossimi 5 anni).

Misure che, però, prestano il fianco a contromosse e “ritorsioni”, se così vogliamo definirle. Che rischiano di colpire un settore particolarmente strategico, quello dell’agroalimentare, che comprende ovviamente anche il vino. Pechino, infatti, ha chiesto ai Paesi della Ue di allegare, a tutte le spedizioni alimentari, un nuovo certificato, che attesti lo stato sanitario della produzione e della conservazione (oltre a quelli già obbligatori). Non solo, ha deciso anche una data limite: dall’1 ottobre tutte le spedizioni alimentari dovranno arrivare alla dogana con la documentazione completa. Condizioni difficilmente accettabili da Bruxelles, che proprio oggi ha riunito i 27 Ministri della Salute dei Paesi membri per discutere la situazione. Tutti d’accordo su un punto: una data come quella decisa dal Governo di Pechino è inammissibile, troppo vicina per trovare un accordo complessivo tra i tanti, tantissimi, attori del comparto. Specie perché si parla di un ambito che coinvolge 4 Ministeri diversi: almeno così ha deciso di affrontare la situazione l’Italia, seguita dal Dicastero degli Esteri, della Salute, dell’Economia e delle Politiche Agricole.

La buona notizia è che in seno alla Ue c’è una grande unità d’intenti, quella meno buona è che per andare avanti compatti bisogna anche capire a cosa si va incontro, bisogna fare cioè una (difficile) analisi del rischio. Il mondo del vino, intanto, inizia a ragionare sugli scenari futuri, con i Consorzi già al corrente della situazione e delle richieste cinesi. Non è da escludere, quando le trattative entreranno nel vivo, la possibilità di slegare la produzione enoica dal resto del mondo agroalimentare, pensando, ad esempio, ad una certificazione facile da produrre e semplice da tracciare, che copra, già che si parla di produzioni stabili e massicciamente controllate, un lungo periodo. Di certo, c’è uno spazio d’azione e di trattativa, ma è difficile che Pechino faccia grandi passi indietro, forte, ormai, di un’economia solida e di un mercato fondamentale, anche per il vino: come raccontano le previsioni dell’analisi Iwsr per Vinexpo, infatti, la Cina da qui al 2020 importerà il 79,3% in più di vino, ed assorbirà, da sola, il 71,8% dell’intera crescita dell’export mondiale.

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