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DIBATTITO

“Non esistono livelli sicuri di consumo di alcolici”: premessa inconfutabile o indimostrabile?

Nel dibattito irrompono i risultati di un’analisi di tre studiosi italiani che svela i limiti strutturali di tanti studi su alcol e salute
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Un brindisi di vino (credits: Unsplash)

Il rapporto tra consumo di alcolici e salute è uno dei grandi temi, pressoché inesauribili, su cui il confronto ed il dibattito pubblico sono sempre molto vivaci. Le linee guida dell’Oms, così come gli obiettivi del Beating Cancer Plan dell’Unione Europea, mirano ad una riduzione globale dei consumi, e l’attuale situazione economica globale non fa che accelerare il processo, seppure per motivi ben diversi da una chiara e consapevole scelta salutistica. Sullo sfondo, rimane il confronto non solo tra due punti di vista, ma tra due approcci scientifici ben distinti e distanti, riportato in auge dal paper “How Much is Too Much? A Methodological Investigation of the Literature on Alcohol Consumption” (qui), curato da ricercatori italiani: Stefano Castriota e Paolo Frumento dell’Università di Pisa e Francesco Suppressa dell’Università di Siena, che hanno analizzato decine di studi e 6.763 abstract medici sottolineandone i tanti problemi e limiti metodologici.

Si tratta, in effetti, di studi osservazionali, che molto spesso, hanno concluso i ricercatori, hanno omesso variabili importanti, altre volte ci sono errori di calcolo sui reali consumi di alcol, ed in altri sono stati usati modelli lineari al posto di modelli non lineari. Limiti metodologici che hanno come conseguenza l’impossibilità di sostenere in maniera inequivocabile che “non esistono livelli sicuri di consumo di alcolici”. Una conclusione che ribalta il tavolo su cui si sono fondate le politiche dell’Oms per anni, sostenute in realtà da una letteratura scientifica piuttosto limitata, su cui spicca l’ormai famoso “Alcohol use and burden for 195 countries and territories, 1990-2016: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study”, pubblicato da “The Lancet” nel 2018, firmato dal dottore Max G Griswold, coinvolgendo centinaia di altri studiosi di tutto il mondo.

Un altro motivo di critica risiede invece nel fatto che le conclusioni degli studi sono polarizzate tra i limitati effetti protettivi del consumo moderato e i forti effetti negativi legati al suo abuso. Succede spesso, anche perché è assai più probabile che i ricercatori citino altri studi che giungono alle stesse conclusioni. A tal proposito, bisogna fare i conti anche con una importante distorsione in sede di pubblicazione, perché è sette volte più facile pubblicare risultati statisticamente significativi rispetto a risultati nulli (non significativi) su riviste scientifiche. Eppure, cresce il rapporto tra gli studi che hanno un livello di significatività inferiore al 5% e quelli che lo superano. Questo pregiudizio incoraggia i ricercatori, in particolare in medicina, a forzare i risultati a diventare significativi, creando falsi positivi e contribuendo a distorcere la visione delle autorità pubbliche.

Nessuno, ovviamente, vuole mettere in dubbio la dannosità di certe abitudini di consumo, che sfociano nell’abuso, e che causano ogni anno, in maniera diretta o indiretta, qualcosa come 3 milioni di morti in tutto il mondo, ma stando così le cose, diventa difficile continuare a sostenere che la strada giusta sia quella di una totale astensione dal consumo di alcolici. Riportando invece in auge la bontà di un consumo moderato, alla base della Dieta Mediterranea, ma anche nelle linee guida di tanti Paesi, tanto che fino al 2010 era tra le raccomandazioni dei dietisti americani, che al consumo moderato di alcolici riconoscevano impatti positivi sulla limitazione della mortalità per tutte le cause.

Raccomandazioni sparite nel 2015, e via via abbandonate un po’ da tutti, anche a causa dell’enorme discrepanza, sul concetto di moderazione, tra Paese e Paese: secondo uno studio del 2016 appena 37 Paesi su 75 considerati avevano adottato una definizione precisa di “bicchiere standard”, o di “dose standard”. Generalmente, si considerano 10 grammi di etanolo puro, ma in Paesi come Islanda e Irlanda si parla di 8 grammi, in Austria addirittura di 20 grammi. Allo stesso modo, non c’è consenso nemmeno sulla definizione di “consumo moderato”, che varia da 10 a 42 grammi di etanolo al giorno per una donna e da 10 a 56 grammi al giorno per un uomo.

Nonostante tutto, anche l’Oms, fino a qualche anno fa, aveva stabilito il limite del consumo moderato a due bicchieri standard di vino al giorno, con almeno due giorni di astinenza a settimana. Poi ha scelto una strada diversa, semplificando all’osso il messaggio portante delle sue politiche, ed evitando distinzioni importanti, ma anche impossibili da fare per ogni singolo consumatore. Oggi, così, vince la linea dell’astensione, difficilissima da accettare proprio in virtù dei tanti limiti palesati dagli studi che la sostengono, ma anche da un altro aspetto, ossia l’importanza economica di una filiera che, a livello globale, vale qualcosa come 500 miliardi di euro, senza considerare il settore alberghiero e quello della ristorazione.

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