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Nuovi impianti, analisi Uiv: nel periodo 2012-2017 il Centro-Sud ha perso 18.000 ettari vitati, “migrati” quasi tutti (17.000) nel Nord-Est. La ristrutturazione ha reso più efficiente il Meridione, dove si concentra il 41% della produzione

La normativa che regolamenta le autorizzazioni per gli impianti viticoli, in vigore dal 2016 e spesso criticata dal mondo produttivo, ha fatto il suo primo upgrade, con il Decreto Ministeriale del 13 febbraio 2018 (di cui abbiamo parlato qui: https://goo.gl/GmX4g5), che introduce, tra le altre cose, un criterio importante, ossia la possibilità di utilizzare i diritti acquisiti ottenuti a seguito di estirpazioni di vigneto in terreni gestiti in conduzione (in affitto) in una Regione diversa solo dopo 6 anni dalla data di registrazione dell’affitto, mettendo una pezza alle tante “migrazioni” di diritti da una Regione all’altra. Certo, non basterà ad invertire la rotta di un vigneto Italia che, come raccontano anche gli ultimi dati dell’Unione Italiana Vini, continua a spostare il proprio baricentro dal Centro-Sud al Nord-Est, ma anche a crescere, invertendo definitivamente la rotta rispetto al periodo 2000-2012, quando il Belpaese perse qualcosa come 138.000 ettari vitati (www.uiv.it).
In linea con le autorizzazioni per gli impianti viticoli previste dalla Ue, pari all’1% del vigneto esistente, nel 2017 sono stati messi a dimora 6.400 nuovi ettari vitati, per una superficie totale di 652.000 ettari, come nel 2012, con altri 6.685 a disposizione nel 2018 e 22.000 di diritti di reimpianto ancora da convertire in autorizzazioni (per i quali c’è tempo fino al 2020). Come accennato, però, negli ultimi anni, ricorda l’analisi del “Corriere Vinicolo”, c’è stata una vera e propria migrazione interna, facilitata dal sistema dei diritti di reimpianto: il Centro-Sud ha perso, tra il 2012 ed il 2017, ben 18.000 ettari vitati, mentre il Nord-Est ne ha guadagnati 17.000, con il Nord-Ovest che ha visto ridursi il proprio potenziale vitivinicolo di 1.400 ettari. Di conseguenza, se nel 2000 le superfici vitate di Veneto, Trentino, Alto Adige e Friuli Venezia rappresentavano il 21% del vigneto Italia, oggi la percentuale è salita al 28%, a quota 183.000 ettari. Al contempo, la quota del Sud passa dal 50 al 44%, quella del Centro dal 19 al 17% e quella del Nord Ovest dal 10 all’11%.
Le Regioni che hanno perso più ettari, nel periodo compreso tra il 2012 ed il 2017, sono Sicilia,
Sardegna, Calabria, Puglia, Molise e Lazio (che da solo ha perso 5.400 ettari, che si sommano ai 21.000 in meno del periodo 2000-2012): 19.000 ettari complessivi, con Veneto e Friuli che, al contrario, hanno guadagnato 17.000 ettari.
In controtendenza, al Sud, solo Basilicata, Abruzzo e Campania. Con la ristrutturazione dei vigneti, che ha visto un altro fenomeno, ossia l’espianto in collina ed il reimpianto in pianura, crescono anche le rese medie per ettaro, che nel periodo 2012-2017 hanno toccato i 100 quintali ad ettaro, contro i 91 del quinquennio precedente (2006-2011).

Nonostante ciò, la produzione di uva per aree geografiche non ha registrato grandi sconvolgimenti: nel Sud si concentra il 41% delle uve prodotte, nel Nord-Est il 38%, al Centro 13% e nel Nord-Ovest l’8%. Il motivo, in realtà, è piuttosto semplice: le rese, già altissime, al Nord-Est sono cresciute di poco tra il 2012 ed il 2017 (da 136 a 142 quintali ad ettaro), quelle del Centro sono rimaste quasi le stesse (da 75 a 77 quintali per ettaro), mentre quelle del Sud sono passate da 77 a 90 quintali ad ettaro. Un dato che racconta di un efficientamento importante del vigneto del Meridione, che supera l’aspetto della marginalità e diventa un vero e solido asset economico.

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