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DALLA VITE, LA VITA

Piantare una vigna per seminare speranza. Una “scommessa sulla vita”, in un momento difficile

Renato Fenocchio, contadino in Neive, dalle Langhe lancia un messaggio dall’Italia che resiste. Gesto simbolico, non semplice, ma che è una cosa bella

“Pronto?”, risponde una voce, immersa nel silenzio. Che non è quello di una strada o di una piazza deserta di città, ma della campagna, dove, in questi giorni, non è normale neanche lì. Eppure le Langhe, di silenzi ne hanno vissuti molti, testimoniati anche dalle parole di alcuni tra i più grandi scrittori e poeti italiani, da Beppe Fenoglio a Cesare Pavese, prima di diventare un simbolo dell’Italia del vino, conosciuto in tutto il mondo, e un Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco. “Stiamo piantando la nostra vigna - dice, a WineNews, Milva Giacone, co-proprietara dell’azienda, con il marito Renato Fenocchio - dovendo stare a casa e con la fortuna del tempo. Sa, siamo contadini da diverse generazioni, siamo per le cose pratiche”. Come piantare una vigna, appunto: “un atto di fatica, di sudore, che in un territorio ricco di fiducia, semina speranza. In un momento in cui pare trionfare solo la sofferenza è una scommessa sulla vita. Piantare una vigna è un gesto forte, profondo, simbolico, che ha radici bibliche: racconta l’umanità che dopo la crisi, torna a prosperare e dare frutti”, spiegano dall’azienda Renato Fenocchio, lanciando un invito a tutti i produttori che, di questi tempi difficili, ma climaticamente perfetti, possono piantare una nuova vigna nei loro territori altrettanto bellissimi.
Il vino è frutto di tanta pazienza. E il lavoro della Renato Fenoglio - “giovane” azienda sostenibile di Langa, con 8 ettari di vigneti nei cru Nicolini di Barbaresco, Rombone in Treiso, Starderi, Città e Basarin in Neive, per una produzione di 40.000 bottiglie, tra Barbaresco, Langhe Doc, Barbera e Dolcetto (l’80% destinata all’export), senza l’uso della chimica e con i lavori meccanici ridotti al minimo - ricorda come tutto parte dalla vite, che, con le radici affondate nella terra, il sole che la scalda, le nuvole che la rinfrescano, la pioggia che la disseta, il vento che le dà salubrità, e con l’aiuto di mani operose, mosse da saperi e tradizioni che si tramandano, dà il suo frutto: quel vino tanto atteso, che riposarà n cantina prima di essere stappato, aspettando l’occasione, in qualsiasi parte del mondo. Ci vuole pazienza, prima o poi quell’occasione arriverà.
Un impianto già programmato, “perché questo tipo di investimenti, dall’acquisto dei terreni ai prezzi che abbiamo qui alla preparazione delle barbatelle secondo i rigidi parametri che teniamo in azienda, richiede tempi lunghi. Ad essere eccezionale è il periodo in cui questo lavoro, che per un viticoltore è normale fare in primavera, è stato fatto, ma quello attuale, caratterizzato da un’emergenza sanitaria soprattutto ed economica poi, non ha mai avuto eguali, a partire dal Dopoguerra. Ora non sappiamo, come tutti, del resto, che cosa riusciremo a fare. In primavera ci sono sempre tantissimi lavori da fare ed i costi sono molto alti ed improrogabili perchè le piante sono vive e non si possono abbandonare in attesa di tempi migliori. Ma stiamo riscoprendo il piacere delle cose semplici e ci dà molta soddisfazione lo stare insieme in famiglia, a fare “cose belle”, come, appunto, è la vigna in questione, di Nebbiolo di Barbaresco, nel cru Basarin a Neive, dove abbiamo altre vigne. Ma questa sarà per sempre speciale”.

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