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Quotidiano Nazionale

Le etichette che nobilitano una cantina … Un bel calice di quello buono. Con gli amici. Che voglia, ma adesso non si può. Però si può attrezzare la cantina per tempi migliori. E magari sognare, con qualche bottiglia top in cima alla lista dei desideri. Cominci con una, due, tre… vai da Bolgheri, un bel Sassicaia, al Barolo 2013 Monfortino di Conterno, poi un paio di francesi giusti tra Bordeaux e Borgogna, Château Margaux o Domaine de la Romanée-Conti, e il classico Château d’Yquem che non guasta mai. Et voilà, eccoci nel giro dei fine wines. Il giro che conta, il mercato delle Grandi Bottiglie, dei collezionisti a botte di dollari o sterline. Per bere bene ma anche per investire. Come li vuoi chiamare, sennò, 23.800 euro per un Pinot Noir di Borgogna? D’accordo, è Romanée-Conti Grand Cru 2015 Côte de Nuits, ma è pur sempre una bottiglia. Eppure. Eppure si spalanca un mondo. Le grandi aste, prima a Londra poi tra New York e Hong Kong, con cifre da capogiro. Nel 2018 i colpi più sensazionali: due bottiglie di Romanée-Conti pagate a New York 496mila e 558mila dollari. E ancora i 424mila dollari sborsati negli Usa a un’asta benefica per un Cabernet Sauvignon Screaming Eagle del ’92, o quel mitico Diamant Bleu 1907, lo Champagne Heidsieck & Co naufragato durante la Grande Guerra, e pagato 224mila euro a Mosca. Ma anche le bottiglie di Thomas Jefferson, entrambe del 1787, uno Château Laffite acquistato da Malcolm Forbes a Londra nell’85 per 132mila euro, e uno Château Margaux battuto a 191mila euro e poi frantumato a una festa al Four Seasons di New York. Fanno sorridere i 13mila euro a cui è stato aggiudicato un Sassicaia in Asia. Un giochetto che Wine Spectator ha valutato, per il 2019, come 521 milioni di dollari, più 9% sul 2018 che già aveva segnato un +26%. E poi c’è il mercato secondario. Comandato da quella macchina da guerra che è il Liv-Ex, capace di listare 11mila prodotti al top. Listini prestabiliti, per aree geografiche e tipologie di vini. Dominano i francesi, anche qui: ma il Vigneto Italia dice sempre più la sua, come rammenta il sito winenews.it. Perché mentre il Liv-Ex 100 perde l’1,06%, il Bordeaux 500 fa -2,7, il Burgundy 150 crolla a -4 e il Liv-Ex 1000 cala del 2,6, ecco che l’Italy 100 (annate dal 2007 al 2016 di sei grandi toscani e tre piemontesi) spunta invece un +0,59%. E sono italiani i due vini che vedono crescere di più le quotazioni: il Bolgheri Sassicaia 2009, +17,3% a 2.180 euro a cassa (da 6) e il Barbaresco Sorì San Lorenzo di Angelo Gaja, più 16,6% a 3.768 euro la cassa. Nella “top ten”, quarto un altro Sassicaia (2013), quinto il Solaia 2013 di Antinori, settimo il Masseto 2007 di Ornellaia. E sempre al Liv-Ex nella prima settimana di aprile lo share dell’Italy 100 è salito al 24,7% mentre Bordeaux precipita al 36,1 dal 50,3, e la Borgogna resta terza con l’11,2. E intanto il Monfortino 2013, barolo di Giacomo Conterno, schizza a 8.500 euro a cassa. Mica male. Anche perché, racconta ancora winenews.it, i grandi rossi italiani vanno bene tra i “must buy” quotati in un mega scaffale da 1.665 etichette, le più pregiate, da Wine Lister. Qui è la Borgogna che la fa da padrona, con il 33% e quei favolosi 23.800 euro per un Pinot Noir, ma l’Italia, tra Piemonte e Toscana, mette insieme il suo 21% (a prezzi più abbordabili: un Masseto a 669 euro, un Barolo Brunate Le Coste a 516…) e lascia Bordeaux al 13% (pagheremo però 2.283 euro un favoloso Petrus), e più distanziati il Rodano, la California, lo Champagne, la Spagna. Vino per investire, insomma. Con le cautele del caso. Gelasio Gaetani d’Aragona Lovatelli, produttore a Montalcino, giornalista ed esperto, su Wine & Spirits, suggerisce i sei fondamentali per capire il valore di una bottiglia: annata, cantina, conservazione, mercato, prezzo in rapporto all’annata, giudizio dei critici. il vino è più stabile perfino dell’oro. Disse Gianni Agnelli: “Preferisco investire in vino che in Borsa, il vino se proprio andasse male l’investimento me lo posso bere”.

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