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ECONOMIA NEI CAMPI

Tagliare il costo del lavoro, tutelando lavoratori e imprese: l’agricoltura lo chiede al Governo

Priorità comune per Coldiretti, Confagricoltura, Cia-Agricoltori Italiani e Copagri, al tavolo convocato dal Premier Giuseppe Conte
AGRICOLTURA, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, COPAGRI, LAVORO, Non Solo Vino
Abbattere il costo del lavoro agricolo, la richiesta della filiera al Governo

Semplificazione per tagliare il costo del lavoro e aumentare la redditività nei campi: è la richiesta che la filiera agricola, con le sue diverse rappresentanze, ha fatto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel tavolo di lavoro in vista dei lavori sul manovra finanziaria che entreranno nel vino dopo la pausa estiva, convocato dal Premier nei giorni scorsi.
C’è chi guarda all’immediato, e soprattutto alla vendemmia che si avvicina, come la Coldiretti, secondo cui “una semplificazione dell’attuale normativa sui voucher potrebbe consentire di recuperare con trasparenza 50.000 posti di lavoro occasionali nelle attività stagionali in campagna. In campagna - ha sottolineato il presidente Coldiretti Ettore Prandini - non si sono verificati gli abusi di altri settori, anche perché, sottolinea la Coldiretti, i beneficiari possono essere soltanto disoccupati, cassintegrati, pensionati e giovani studenti che non siano stati operai agricoli l’anno precedente. Meno del 2% del totale dei voucher è stato in passato impiegato in passato in agricoltura dove sono nati e rappresentano un valido contributo all’emersione del lavoro sommerso. Ora è importante assicurare al settore uno strumento che semplifichi la burocrazia per l’impresa, sia agile e flessibile rispondendo soprattutto ad un criterio di tempestiva e disponibilità all’impiego e dall’altra sia in grado di garantire forme di integrazione del reddito alle categorie più deboli in un momento in cui ne hanno particolarmente bisogno”.
Ma la cosa più importante è “ridurre i costi per le imprese per colmare il divario con il resto della Ue attraverso il taglio del cuneo fiscale. Abbassando il costo del lavoro si potrebbe destinare il risparmio ottenuto ai lavoratori che avrebbero così più risorse da spendere per i consumi innescando un moltiplicatore di ricchezza utile alla ripresa. Inoltre verrebbe recuperato quello svantaggio competitivo con Francia e Spagna dove il costo del lavoro è più basso e la burocrazia più snella rispetto all’Italia. Ma è anche strategico - precisa Prandini - arrivare a una reale semplificazione burocratica del lavoro anche sull’istituto dello scambio di manodopera e servizi fra piccoli imprenditori agricoli che rappresenta un vero e proprio sistema di sussidiarietà interna fra le aziende. Con una vera semplificazione burocratica e riducendo i costi per imprese e lavoratori si potrebbe così valorizzare ancora di più un settore come quello agroalimentare italiano che vale 205 miliardi, pari al 12% del Pil - evidenzia Prandini - e rappresenta il vero simbolo del Made in Italy con 41,8 miliardi di euro di esportazioni. Una capacità di presenza sui mercati esteri che va anche sostenuta con lo sviluppo del ruolo dell’Ice, un’Agenzia unica che accompagni le imprese verso l’internazionalizzazione, potenziando al tempo stesso il ruolo delle Ambasciate con l’introduzione di principi di valutazione legati al numero di contratti commerciali”.

Sugli stessi temi vertono le richieste di Confagricoltura, che con il presidente Massimiliano Giansanti, ha sottolineato come “alleggerire la pressione fiscale e contributiva che pesa sul lavoro dipendente è una delle priorità per il nostro sistema produttivo, poiché il carico attuale crea gravi difficoltà alle aziende agricole chiamate a competere, sempre più spesso, in ambito internazionale. Rendere le imprese agricole italiane più competitive è un’urgenza alla quale occorre dare una risposta veloce - ha aggiunto Giansanti - il settore primario rappresenta una quota importante del mercato dell’occupazione, con oltre 1 milione di addetti e 106 milioni di giornate lavoro versate all’Inps. La trasformazione in atto verso un’agricoltura più professionale e strutturata, in grado di assicurare occupazione più stabile e di qualità, richiede pertanto misure mirate ed efficaci”.
In particolare, Confagricoltura ha ribadito oggi il no al salario minimo per legge (l’aumento del costo del lavoro, oneri sociali compresi, sarebbe di oltre 1,5 miliardi di euro soltanto per il settore agricolo); sì alla riduzione del cuneo fiscale e al rafforzamento della contrattazione collettiva, con l’obiettivo di migliorare le retribuzioni di tutte le categorie di lavoratori e non pesare ulteriormente sui costi per le imprese, ma anche per rendere più omogenee le condizioni delle aziende agricole italiane in ambito europeo e internazionale. Il peso degli oneri sociali in Italia è infatti particolarmente sostenuto ed è tra i più elevati nell’Unione Europea.
“A questo gap - sottolinea Confagricoltura - si aggiunge la mancanza di adeguate infrastrutture, soprattutto nel Mezzogiorno. Il miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali è indispensabile per il miglioramento delle condizioni competitive delle imprese e del benessere dei cittadini, come leva per l’accelerazione del tasso di sviluppo dell’intero Paese - ha spiegato Giansanti - è indispensabile migliorare il collegamento tra i territori del Sud, a partire da quello tra le grandi città come Napoli, Palermo, Bari e dal collegamento dei porti e le altre infrastrutture, stradali e produttive”.
Richieste simili, con qualche distinguo, sono quelle avanzate dalla Cia-Agricoltori Italiani, guidata dal presidente Dino Scanavino. “È importante sottolineare che le aziende agricole, nonostante un trend occupazionale positivo (gli operai agricoli sono aumentati del 2,4% rispetto all’anno precedente e sono più di un milione), abbiano difficoltà nel reperimento della manodopera con la giusta tempistica. Il mercato del lavoro agricolo - sottolinea Scanavino - presenta forti anomalie: il costo del lavoro è fra i più alti in Europa, mentre lo stipendio medio dell’operaio è il più basso del continente, con un cuneo fiscale determinato dal carico eccessivo di oneri sociali. Questo ha determinato un calo della manodopera straniera comunitaria (Est Europa, soprattutto), che quest’anno non è stato compensato da quella extra-comunitaria, dopo il forte ritardo nella pubblicazione decreto flussi”. Per facilitare le correnti migratorie, il presidente Cia ha proposto di adeguarle in relazione ai fabbisogni delle aziende, scaglionando l’ingresso dei lavoratori extra-comunitari e tenendo conto della stagionalità delle colture, in modo da garantire manodopera con la giusta tempistica”. In riferimento al lavoro accessorio, Scanavino ha espresso la necessità per il settore agricolo di uno strumento flessibile, che consenta l’utilizzo di prestatori nelle situazioni di emergenza, mezzo ancora troppo frenato dall’ eccessiva burocrazia.
“È altresì importante una significativa riduzione del costo del lavoro. Nel settore agricolo, oltre alla piaga del caporalato, esiste anche l’anomalia del “cosiddetto” lavoro grigio (falsi rapporti di lavoro che frodano l’Inps) che necessita misure incentivanti, come la decontribuzione per le effettive giornate lavorate. Riguardo alla formazione e sorveglianza sanitaria dei lavoratori agricoli - ha proseguito la Cia - le parti sociali potrebbero essere incaricate, attraverso enti bilateriali, di provvedere nei modi più adeguati ai fabbisogni delle aziende”.
Infine, un commento sul salario minimo garantito. “Cia non è pregiudizionalmente contraria, ma il differenziale tra l’attuale sistema salariale e quello minimo non può ricadere tutto sulle spalle delle aziende agricole, che oggi già faticano a operare nella legalità, considerando la concorrenza sleale di tanti imprenditori senza scrupoli”.
Il tema della redditività e del lavoro è al centro anche delle richieste di Copagri, guidata da Franco Verrascina, che, invece, condivide l’idea del salario minimo garantito come strumento di welfare, “ribadendo però la necessità di mettere un argine alla scarsa redditività dell’agricoltura. Basti pensare che ad oggi, il 22% circa dei lavoratori dipendenti percepisce meno di nove euro lordi l’ora, percentuale che nel comparto agricolo sfiora il 40% dei lavoratori, evidenziando perciò le notevoli e molteplici difficoltà con le quali sono quotidianamente costretti a confrontarsi i nostri produttori agricoli. Con riferimento al cosiddetto salario minimo orario - ha aggiunto Verrascina - attendiamo però di conoscere i dettagli attuativi di tale misura, con particolare riferimento alla ratio della norma: non si comprende, ad esempio, se questa si riferisca alla paga oraria media mensile oppure alla paga oraria media annua, che comprende altre voci non secondarie quali le retribuzioni versate in altri momenti, come ferie, tredicesima e tfr. Bisogna poi chiarire se la cifra che si intende quale salario minimo orario corrisponde a un compenso fisso o a una sorta di “scala mobile” che possa variare in relazione a fattori esterni quali l’inflazione e il costo della vita; rimandiamo pertanto tali valutazioni ai prossimi confronti tra le parti sociali e l’esecutivo. “In ogni caso ribadiamo che, se una da una parte è giusto e doveroso tutelare il salario dei lavoratori del nostro agroalimentare, dall’altra, è altrettanto dovuto e urgente, salvaguardare il reddito degli imprenditori agricoli”, ha concluso Verrascina.

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