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VINO E CULTURA

Una Biennale d’Arte Contemporanea itinerante nelle cantine del Barolo

Un modo nuovo per raccontare le Langhe: la proposta di Angelo Gaja, Oscar Farinetti, Roberta Ceretto, Paolo Damilano e Lamberto Vallarino Gancia

Una Biennale d’Arte Contemporanea itinerante nelle cantine delle Langhe, dove nasce uno dei vini più famosi al mondo: il Barolo. L’idea è stata lanciata in un salotto culturale che ha riunito la “finanza del vino” nella biblioteca che fu di Giulio Einaudi: Angelo Gaja, Oscar Farinetti, Roberta Ceretto, Paolo Damilano, Lamberto Vallarino Gancia, ospiti di Gregorio Gitti e Francesca Bazoli, bresciani e proprietari del Castello di Perno, in Langa, tra i vigneti di Nebbiolo oggi già color autunno e ancora da vendemmiare. “Dobbiamo immaginare nuovi modi per parlare di cultura, di vino, di Langhe: una Biennale d’arte nelle nostre bellissime cantine - ha aperto Gitti - ci sono banche e finanziatori internazionali disposti a investire”. Ad offrire l’occasione è la presentazione di “Stappato. Un astemio alla corte di re Carlo”, nuovo libro di Tiziano Gaia edito da Baldini&Castoldi. Lo spunto lanciato nel salotto culturale è di immaginare nuovi linguaggi per raccontare le Langhe, sollecitati dal giornalista de “La Stampa” Roberto Fiori. C’è già chi l’ha fatto, come Ceretto con il suo “Acino” d’uva tra le vigne, o la Cappella delle Brunate, che “colora” Barolo.
“Sono stimate tra le 70 e le 80.000 persone per vedere la Cappella di Brunate - ha raccontato Roberta Ceretto - e crediamo da anni nell’arte come comunicazione del vino e ora stiamo per affrontare una nuova sfida artistica che ci costa come un ettaro di Barolo: mio padre Bruno è il più entusiasta”. Alla tavola rotonda c’è anche un artista di fama mondiale, Emilio Isgrò: “di solito vengo chiamato in tavoli dove manca l’entusiasmo: qui invece c’è. Dovrò fare quello che dice: e i soldi chi li mette?”.
Oscar Farinetti ha, invece, ampliato il discorso: “dobbiamo portare l’arte un po’ in campagna, toglierla dalla città. Serve investire per portare qui gente di un certo livello e alzare il livello culturale. Il vino di Langa va venduto solo più qui ma occorre pensare alle strutture per accogliere questo flusso di persone. Questo territorio dovrebbe dare un grande segnale al mondo dando risposte concrete sull’ambiente e sulle migrazioni dei popoli. Noi a Fontanafredda siamo biologici e multirazziali. Tutta la Langa ora deve affrontare i grandi temi del pianeta”.
“La Langa - ha detto Angelo Gaja - è ed è stato un territorio di capacità imprenditoriale notevole, ma non ha ancora piena consapevolezza di sé. Vi faccio un esempio: il progetto Unesco nasce a Canelli, nelle Cattedrali sotterranee. Nessuno ha guardato le colline bellissime di Cassinasco. Abbiamo un atteggiamento a guardare il particolare, non la bellezza che abbiamo tutto intorno. I nostri paesaggi sono arte, cantate da artisti. Ogni angolo è una scoperta meravigliosa. Siamo i “Principi della zolla”, come diceva Gianni Brera. Io vorrei che venisse meno gente, ma più di qualità”.
Paolo Damilano, produttore, presidente della Film Commission Torino e ideatore della Castle Foundation, circuito di castelli di Langa e Roero, ricorda che “chi viene a Torino, deve venire per la città e il cinema ma deve anche bere Nebbiolo e Barolo. Oggi non è ancora così. Fare un film sul vino non è facile: abbiamo valutato diverse sceneggiature, ma nessuna ci ha convinto”. Sul rapporto non risolto tra Torino, la non-capitale dell’enogastronomia piemontese, e il suo contado, è tornato Lamberto Vallarino Gancia, presidente del Teatro Stabile di Torino: “il nostro vero problema è di comunicazione. Un cinese incontrato a Torino mi ha chiesto: quanto tempo ci vuole di volo tra Alba e Barolo? Dobbiamo fare più squadra in regione: dalla Langa al Monferrato fino Torino. Dobbiamo dire che da Torino alla Langa, ci vuole un’ora o poco più. A teatro, oggi, il 40% degli spettatori hanno meno di 35 anni ma devi dar loro argomenti moderni. I miei figli vengono in Langa, a mangiare e bere bene ma anche a vedere le cantine. Il nostro modello culturale è un contenitore straordinario che non sappiamo ancora ben sfruttare. Ci vogliono dei player locali che giochino e facciano squadra”.

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