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Ungheria, quando si scrive che un vino è di m ... Cile: limiti alla competitività del vino ... India: la situazione vinicola ... Uk: vitigno sempre in testa tra criteri d’acquisto ... New York: facilitazioni per il vino
di Andrea Gabbrielli

- Ungheria, quando si scrive che un vino è di m …
Dopo essere stato condannato per aver giudicato di “m…” un vino prodotto dall’azienda statale “T. Zrt.”, al giornalista ungherese Péter Uj è stata resa giustizia dalla Corte Europea dei Ddiritti dell’Uomo di Strasburgo, che ha capovolto la sentenza. Il collega era stato condannato per diffamazione, nel giugno 2009, per un articolo pubblicato nel gennaio 2008 sul quotidiano nazionale “Népszabadság”. Nel testo aveva sostenuto che “ il vino era stato sufficiente a farmi piangere: aspro, ottuso e iper-ossidato, cattiva qualità degli ingredienti raccolti da tutti i tipi di avanzi, muffa grigia e un po’ di zucchero da Szerencs, botti rancide - ma perché sono ancora lì ... eppure centinaia di migliaia di ungheresi bevono (questa) merda con orgoglio”. La Corte di Budapest aveva ritenuto che la critica era andata “oltre i confini dell’opinione giornalistica” e lo aveva condannato. Uj si era appellato ma anche il Tribunale Regionale di Budapest gli aveva dato torto. Successivamente, la sentenza era stata confermata dalla Suprema Corte ungherese nel maggio 2010. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, invece, si è pronunciata il 19 luglio sostenendo che “l’azienda vinicola aveva il diritto di difendersi contro le accuse diffamatorie e che c’era un interesse generale a proteggere il successo commerciale e la redditività dell’impresa”. Ma poi ha osservato che “vi era una differenza tra danneggiare la reputazione di una persona, con le ripercussioni che ciò potrebbe avere sulla dignità dell’interessato, e la reputazione commerciale di un’azienda, che non ha dimensione morale”. Con queste motivazioni, e ai sensi dell’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Corte ha condannato la Repubblica di Ungheria al pagamento di 3.580 euro di spese in favore di Uj.

- Cile, aumento dei costi e peso forte, limitano la competitività del vino
Dopo il devastante terremoto che aveva duramente colpito l’industria del vino cileno ora le cantine del paese sono alle prese con una nuova emergenza dovuta al differenziale di cambio: il valore del peso cileno continua ad aumentare sia rispetto al dollaro che alle altre principali valute del mondo. Rispetto ad un anno fa, la moneta cilena si è rafforzata del 15% sulla divisa americana (462 ps per 1$) e si prevede che questa tendenza continuerà. Tale situazione sta comprimendo i profitti delle aziende e diminuendo la competitività dei vini cileni nel mercato mondiale. “La forza del peso significa che stai ricevendo sempre meno pesos in cambio di dollari e nel frattempo i costi di manodopera e di materiali come il vetro, etichette, cartoni e così via, che sono indicizzati in pesos, sono in aumento” spiega Aurelio Montes, presidente e socio fondatore di Viña Montes, una delle più famose e importanti cantine cilene. Quest’ultima vende mezzo milione di casse nel mondo e oltre 150.000 negli Stati Uniti, con prezzi che vanno da circa $ 12 a $ 100 a bottiglia. “L’apprezzamento del peso nei confronti di tutte le valute di esportazione ha avuto un impatto significativo sul nostro business nel 2010 - ha dichiarato il colosso Concha y Toro al notiziario “Shanken Daily News” - e la tendenza è proseguita nel 2011”. L’azienda, che in luglio ha presentato una nuova joint venture negli Stati Uniti con l’importatore Banfi, vende l’80% dei suoi 3,1 milioni di casse negli Usa con la linea Frontera (5 dollari la bottiglia), ora si concentra sulle offerte per mitigare gli effetti del peso crescente. “Stiamo cercando di tagliare i costi, ma c’è un limite anche a questa politica. Finché il dollaro continua su questa strada, l’unica soluzione è aumentare ili prezzo. E, naturalmente, ciò ci rende meno competitivi”, dice Aurelio Montes. Viña Montes i cui vini sono esportati ad una media di $ 63 dollari la cassa in tutti i mercati contro una media del Cile di $ 28 ha po’ più di respiro a causa di margini più elevati. “ Ma - ha poi concluso - per le cantine che vendono a basso prezzo, il danno è molto maggiore”.

- India, la situazione vinicola secondo l’Oiv
Secondo i dati presentati dal direttore generale Oiv, Federico Castellucci, in India nel 2010, la produzione di uva (da tavola e da vino) è stimato in poco più di 1,88 tonnellate, l’equivalente della produzione iraniana. L’India, però, così diviene il nono paese produttore di uve del mondo e uno dei pochi paesi ad aumentare la produzione come la Cina (n. 3 in tutto il mondo), Turchia (n. 6) e Argentina (n. 8). La superficie vitata nazionale rimane piccola, con 22 000 ettari di vigneto, e 2 milioni di casse di vino vendute all’anno (secondo Ranjan Mathai, ambasciatore indiano in Francia). La viticoltura indiana è nata essenzialmente negli ultimi 30 anni con l’impianto di un vigneto nel 1982 ad opera di Chateau Indage, nello stato del Maharashtra (India centro-occidentale). Secondo le Camere di commercio indiane (Asocham), il consumo di vino dovrebbe raggiungere 14,7 milioni di litri alla fine del 2012, con un aumento di 4,6 milioni di litri nel 2008. Il consumo pro capite aumenterebbe da 9 a 30 ml all’anno. Se questi risultati sono incoraggianti, sono ben al di sotto delle proiezioni che sono state fatte in precedenza. Nel 2004, infatti, era stato stimato che il consumo indiano sarebbe stato di 10 milioni di litri nel 2008 e 17 milioni di litri nel 2010. Molte ragioni per questa crescita modesta. In primo luogo, la cultura indiana esprime un giudizio negativo del consumo di alcol (secondo gli stati, l’età minima legale di consumo di alcol varia tra i 18 e 25). I consumatori sono attualmente concentrati nelle città di Mumbai (ex Bombay), Delhi, o negli stati di Goa, Bangalore e Punjab. Inoltre, le accise e le tasse rivelano l’indifferenza del governo indiano per il settore. Insomma, lo sviluppo e l’incremento dei consumi non sarà di breve periodo.

- Uk, vitigno sempre in testa tra i criteri per l’acquisto di vino
Secondo un’inchiesta effettuata dalla società di ricerche “Wine Intelligenze”, nel mercato del Regno Unito, uno dei più importanti del mondo, il vitigno continua ad essere al primo posto tra i criteri per la scelta del vino da acquistare. Anche nel 2008 era così mentre negli anni successivi le offerte e in generale i prezzi scontati avevano conquistato il podio. Nel 2011 è tornato con forza il vitigno. Migliaia di consumatori britannici interpellati da “Wine Intelligence” (69%) ha riferito come “importante a molto importante” l’indicazione del vitigno insieme all’opportunità di promozioni al momento dell’acquisto. I marchi, nel frattempo, stanno assumendo una sempre maggiore importanza come criterio di selezione (dal 52% del 2008 al 63% degli intervistati nel 2011), rispetto al luogo di origine del vino. Anche l’etichetta ha un ruolo sempre maggiore e se nel 2008 il 19% degli intervistati lo riteneva un elemento importante per scegliere un vino, questa percentuale nel 2011 è diventata del 30%.

- New York State, facilitazioni per le aziende vinicole
Il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo ha approvato una nuova legge volta a ridurre la normativa sulle aziende vinicole da parte dello State Liquor Authority. The Fine Winery Bill permette alle cantine di aprire fino a cinque negozi senza dover ottenere le licenze individuali per ogni esercizio. Inoltre, la legge consente alle cantine di offrire servizi personalizzati ai consumatori e permette di partecipare fino a cinque eventi di beneficenza all’anno. Secondo Cuomo, la nuova legge aiuterà le 300 cantine-fattoria di continuare ad essere il motore agricolo ed economico del turismo.

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