La stalla Italia conta oggi 5,8 milioni di bovini e bufalini, 5,4 milioni di ovini, 800.000 caprini, 7,8 milioni di suini, 9,3 milioni di conigli e oltre 151 milioni di capi avicoli, un patrimonio zootecnico che sostiene una filiera capace di generare una ricchezza che vale 55 miliardi di euro, occupazione, dando lavoro a 800.000 persone, e produzioni di qualità, contribuendo alla vitalità delle aree rurali e alla tutela del territorio. Ed, oggi, come altri settori del made in Italy, non solo è sotto pressione a causa del caro carburanti e delle minacce delle multinazionali del cibo sintetico, ma anche per gli elevati costi in generale, i limiti delle rese produttive, e le difficoltà di rendere sostenibili i processi su scala industriale, ridimensionando le promesse di una tecnologia presentata come alternativa più economica e sostenibile agli allevamenti, ma che genera un impatto ambientale 20 volte superiore alla produzione di carne bovina convenzionale nelle condizioni studiate. A dirlo, una ricerca della Cattolica di Piacenza che mette in luce gli inganni della carne e del latte prodotti in laboratorio, per rilanciare gli allevamenti italiani come opportunità di impresa per le nuove generazioni e rafforzare la produzione nazionale, di cui si è parlato in un incontro, promosso da Coldiretti a “Fazi”, la “Fiera Agricola Zootecnica Italiana” n. 98, a Montichiari (23-25 ottobre).
L’incontro promosso dagli agricoltori è stato un momento di confronto sulle prospettive del settore, tra la difesa dei redditi degli allevatori e la salute dei cittadini, le difficoltà legate all’aumento dei costi di produzione e le nuove evidenze scientifiche che smontano le campagne a favore della carne artificiale, alla presenza, tra gli altri, di Ettore Prandini, presidente Coldiretti, e del Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e da Felice Adinolfi, professore di Economia e Politica Agraria dell’Università di Bologna e direttore Centro Studi Divulga, a Luigi Scordamaglia, ad Filiera Italia, da Marco Togni, Sindaco di Montichiari, a Simona Tironi, Assessore all’Istruzione, Formazione, Lavoro della Regione Lombardia, da Lucrezia Lamastra, professoressa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Stefania Ruggeri, direttrice Centro di Ricerca Crea Alimenti e Nutrizione, e Martino Cassandro, professore di Zootecnica Generale e Miglioramento Genetico Animale dell’Università di Padova e direttore Anafibj.
In questi giorni gli allevamenti nazionali si ritrovano a fare i conti con gli effetti del caro carburanti e con i problemi legati al blocco dei trasporti, soprattutto al Sud. A diverse stalle non viene ritirato il latte, che rischia di andare a male, mentre l’interruzione delle consegne di mangimi mette in pericolo la salute degli animali. A ciò si aggiunge l’esplosione dei costi energetici che ha ridotto i margini di reddito delle aziende.
Una novità importante per il settore viene dalla legge ColtivaItalia che prevede 300 milioni di euro per gli investimenti destinati a incrementare la produzione nazionale di carne bovina, con particolare riferimento alla linea vacca-vitello: 50 milioni nel 2027, 200 milioni nel 2028 e 50 milioni nel 2029. Una misura che punta a rafforzare la capacità produttiva nazionale, creare nuove prospettive per le imprese e favorire il ricambio generazionale in un comparto strategico per l’agroalimentare italiano. Il piano prevede, inoltre, il rafforzamento degli strumenti di gestione e tracciabilità degli allevamenti, attraverso la Banca Dati Unica Zootecnica e l’introduzione del fascicolo zootecnico elettronico. L’obiettivo è integrare le informazioni e rendere più efficiente la gestione delle aziende, valorizzando il lavoro degli allevatori.
Proprio il valore della zootecnia tradizionale viene messo in evidenza anche dalla ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Campus di Piacenza, dedicata ai prodotti ottenuti in laboratorio, i cui risultati confermano le preoccupazioni sollevate da anni da Coldiretti sui rischi di sostituire il cibo prodotto dagli agricoltori e dagli allevatori con prodotti realizzati attraverso processi industriali in laboratorio. Le difficoltà economiche del settore, con investimenti ingenti e numerose start-up che hanno chiuso o cercato nuovi sbocchi nel pet food, mostrano quanto sia necessario distinguere le promesse tecnologiche dalla reale capacità di garantire produzioni accessibili, efficienti e sostenibili. Restano, inoltre, fondamentali le valutazioni scientifiche indipendenti sulla sicurezza e sulle caratteristiche nutrizionali di questi prodotti. La tutela della salute pubblica, ricorda Coldiretti, passa dalla valorizzazione del cibo naturale e di un’alimentazione varia ed equilibrata, insieme alla difesa delle filiere agricole e zootecniche che assicurano qualità, tracciabilità e legame con i territori.
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