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MILANO WINE WEEK

Viaggio nell’ultimo mezzo secolo del vino italiano tra i ricordi di un protagonista: Angelo Gaja

Dalla conquista dei mercati a quella dell’alta ristorazione, dalla critica internazionale ai cambiamenti climatici fino ai personaggi più amati
ANGELO GAJA, STORIA, vino, Italia
Angelo Gaja tra 50 anni di vino italiano

Ricordi. Abbastanza da scrivere non un libro, ma un’enciclopedia, o persino un atlante storico, del vino italiano, capace di ripercorrere, tra un ricordo e l’altro, l’ultimo mezzo secolo dell’Italia enoica. Un percorso fatto di inciampi, sfide, difficoltà, ma anche tante conquiste. E chi meglio di Angelo Gaja, vulcanico decano dell’Italia del vino e simbolo del “grande Piemonte”, potrebbe “permettersi” un racconto del genere? Ed un racconto è esattamente ciò che è andato in scena alla “Milano Wine Week”, che parte da lontano, da quando “i vini italiani in Usa spuntavano un prezzo inferiore al prezzo minimo di quello francesi”. Erano gli anni Sessanta, e pensare di competere con Bordeaux, Champagne e Borgogna sembrava un’impresa impossibile. Oggi non è più così, fortunatamente, “eppure in termini di prezzo medio siamo dietro alla Nuova Zelanda e agli stessi Usa. Devono essere le cantine sociali, adesso, a dover fare un salto in avanti in termini di valorizzazione, perché è grazie a loro se conquistiamo quote di mercato, ma non possiamo accontentarci di questi prezzi. Esempi virtuosi - ricorda Gaja - ce ne sono, come quello dei Produttori del Barbaresco, ma vanno seguiti”.
Erano gli anni, a cavallo tra il 1966 ed il 1967, quelli in cui nasceva l’Ais (i “Sommelier”, ndr), “che ha avuto un ruolo chiave nella formazione, prima dei ristoratori e poi dei produttori. Ed è proprio nei ristoranti top in giro per il mondo che si consolida un brand, perché Gaja, oggi, ha una sua pagina nelle wine list di 2.000 ristoranti, ed è il miglior biglietto da visita che un’azienda possa avere”, ricorda Gaja. Un principio che vale per tutti, e che ha accompagnato il successo di decine di grandi etichette del Belpaese, su cui ha avuto senza dubbio un impatto fondamentale la critica internazionale, capace con i suoi giudizi ed i suoi punteggi di sancire le fortune di un vino. “Eppure - ricorda Gaja - questo non ridimensiona affatto il valore ed il lavoro dei tanti critici italiani, che sono sicuro sono di ispirazione anche per i wine writer americani. Personaggi come Robert Parker, però, hanno avuto la capacità di lanciare un messaggio in una lingua universale su un mercato da 300 milioni di persone”.
Ed è arrivata proprio dal mondo anglosassone, per primo, l’incoronazione di vini come “Sassicaia, Masseto, Ornellaia, Tignanello e Solaia, ossia i super Tuscan, nati come vini da tavola e poi diventati Igt o Doc, in alcun casi, grazie ai quali la Toscana ha superato la crisi del Chianti, imponendo modelli enoici nuovi, basati sui vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon e Merlot: una risposta a quanti sostengono che in Italia si dovrebbe lavorare solo sulle varietà autoctone, senza capire le reali richieste e necessità del mercato che invece premia sempre di più questo genere di vini. Dietro ai quali - continua Gaja - c’è stata quasi sempre la mano di un grandissimo enologo come Giacomo Tachis, che conosceva il vino come nessun altro”.
Si apre così la porta, partendo da Tachis, su un universo di punti di riferimento che parte dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, capace di “ridare dignità al cibo ed al lavoro contadino. È nata una competizione tra piccoli produttori artigiani sana per tutti: sulla spinta di Slow Food e della sua guida ai vini tanti venditori di uva hanno scelto di produrre sull’esempio di altri. In Piemonte il successo possiamo dire che è legato agli artigiani, che producono il 20-25% del vino, contro il 20% delle cantine sociali, una sorta di quota di sicurezza”. E poi c’è Bruno Giacosa, produttore fondamentale di Barolo, “il migliore nel capire come sarebbe stato il suo vino solo dall’assaggio delle uve: conosceva i vigneti come le sue tasche, aveva un occhio straordinario, ed assaggiava sempre qualche acino due o tre settimane prima della raccolta”. Un altro grande esempio, restando in Piemonte, è stato quello di “Aldo Conterno, un grandissimo. Nel 2008 inizia la crisi, che coinvolge anche il mondo del vino, il mercato nei primi mesi del 2009 era fermo, gli importatori non mandavano ordini, ma Conterno era positivo, sosteneva che, con Barolo e Barbaresco, avremmo resistito, e che i consumatori sarebbero tornati, disposti a pagare persino più di prima, ed è esattamente com’è andata”. Senza dimenticare “un grande artigiano come Bartolo Mascarello, che non aveva paura di contraddirsi: odiava il marketing, ma fece la scelta di marketing più grande della storia del Barolo con la sua mitica etichetta, dell’annata 1999 di Barolo “No Barrique, no Berlusconi””.
Infine, un altro salto in avanti, fino ai giorni nostri, in cui il tema portante del dibattito pubblico riguarda i cambiamenti climatici ed i suoi protagonisti, ossia “Donald Trump, un soggetto sveglio, che ha saputo fare soldi, che in una Repubblica Presidenziale mette gli Usa davanti a tutti: ma gli altri? Sta su posizioni esagerate, specie mediaticamente, a partire dal fatto che sì è sfilato dall’accordo di Parigi”, e Greta Thumberg, “anche lei mediaticamente impattante, ma preferisco le sue posizioni, è stata capace di sensibilizzare una generazione ad un problema gigantesco. Che riguarda il vino in primo luogo. La Spagna, così come la Francia, si sta scaldando di molti gradi al centro del Paese, avranno entrambe bisogno di trovare soluzioni diverse in viticoltura, puntando su varietà resistenti e portainnesti diversi. Specie la Francia, che ha un patrimonio vitivinicolo ricco di varietà precoci, dal Merlot al Sauvignon, ma anche la capacità e la possibilità - sottolinea ancora Angelo Gaja - di fare ricerca ad alto livello. L’Italia, invece, potrebbe avere meno problemi, grazie all’effetto mitigante del mare ed alla protezione garantita dalle Alpi”.

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