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LO STUDIO

Vino e gender gap, dati in controtendenza per l’accesso al credito bancario delle donne

Un’analisi dell’Università di Siena: il 65% delle intervistate ha chiesto un credito negli ultimi 10 anni, e solo il 3% si è vista negare l’erogazione
ACCESSO AL CREDITO, GENDER GAP, LE DONNE DEL VINO, Italia
Confronto sul management femminile nel mondo del vino e l'accesso al credito

Il 65% delle imprenditrici ha chiesto un credito negli ultimi 10 anni, spesso il finanziamento è inferiore alle attese, ma solo il 3% si è vista negare l’erogazione, con un’alta percentuale delle imprese che si sono basate solo sul proprio capitale. A cercare l’aiuto delle banche, sono soprattutto le imprese più piccole, quelle sotto i 2 milioni di fatturato annuo, ma con una dimostrazione di grande dinamismo perché il denaro è stato impiegato per nuovi investimenti (72%) e non per la conduzione aziendale, con la richiesta di credito legata alla volontà di accrescere qualità, remuneratività e dimensione produttiva. Obiettivi che permangono anche oggi, mentre è cresciuta la sensibilità ambientale e l’interesse per l’export ad ampio raggio. Emerge da un’analisi sul management femminile del mondo del vino e l’accesso al credito bancario condotta dall’Università degli Studi di Siena, su un campione di 890 Donne del Vino italiane, tra produttrici, ristoratrici, enotecarie, professioniste attive come sommelier, giornaliste e esperte presenti in tutte le Regioni italiane, per la quale, il gender gap del credito negato alle donne, per la prima volta in Italia, fa segnare dati in controtendenza. L’identikit? Titolari o responsabili di un settore dell’azienda di famiglia, con un’età media di 42 anni con circa 12 di esperienza nell’impresa, nel 52% dei casi con in tasca una laurea e per la quasi totalità (90,7%) un’esperienza professionale precedente in un settore diverso.
Secondo l’indagine, condotta nel 2019 e alla quale hanno risposto 167 imprenditrici di cui 127 con cantina, il 56,9% dal Nord Italia - di scena, nei giorni scorsi, in un convegno a Wine&Siena, a Rocca Salimbeni, sede Banca Monte dei Paschi, moderato dalla giornalista Anna Di Martino - se l’accesso ai finanziamenti non risulta un tabù per le imprese del vino al femminile, le donne dichiarano comunque una certa difficoltà a gestire le relazioni con il mondo del credito, mentre emerge “un atteggiamento “prudente” con un livello di leva finanziaria non troppo elevato. Si ricorre quasi unicamente al credito bancario e in genere si bilancia la richiesta di credito a banche locali e nazionali”, ha rilevato il professor Lorenzo Zanni, autore dello studio, sottolineando come il 50% del campione ha richiesto il credito a banche locali, il 41,8% a banche ed istituti di credito nazionali e il 4,7% ad altre fonti di finanziamento.
L’analisi deve sicuramente tenere presente del momento favorevole dell’agricoltura e del vino italiano: “un risultato che scaturisce anche dall’andamento anticiclico dell’agricoltura rispetto alle difficoltà dell’economia italiana” ha sottolineato la presidente delle Donne del Vino Donatella Cinelli Colombini, mettendo in evidenza come “le cantine italiane, negli ultimi 5 anni, abbiano accresciuto fatturati e margini (+3,9% e + 5,8%), hanno esportato di più e hanno visto salire il valore delle vigne dell’1,2% ogni anno, un dato quest’ultimo che nelle zone più vocate è schizzato alle stelle”. Uno scenario che le banche leggono molto favorevolmente a cui si aggiungono le ottime performance delle manager femminili green: “le donne dirigono imprese che coprono il 21% della superficie agricola coltivabile (Sau), ma producono il 28% del Pil agricolo italiano. In Europa, il 42% di chi lavora in agricoltura e donna pari a oltre 26 milioni di persone” ha ricordato la produttrice siciliana Lilly Fazio.
Ma il gender gap esiste, e il Global Gender Gap Report del 2018 mette l’Italia è al posto n. 70 su 149 Paesi, mentre l’Istat usando i dati Inps ha rivelato che esiste una forbice tra il salario maschile e femminile che va dal 4% del settore pubblico, al 20% nelle imprese private fino al 38% tra i liberi professionisti.

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