Da qualche tempo, con un mercato del vino in difficoltà rispetto al passato, e scorte di cantina che, in Italia (ma non solo), restano stabilmente alte da diversi mesi (guardando anche ad una vendemmia 2026 che si avvicina e andrà gestita anche in termini di volumi), gran parte del mondo produttivo e delle rappresentanze della filiera batte sul tasto della necessità di ridurre la produzione, per riequilibrare il rapporto tra offerta e domanda e, soprattutto, tutelare i prezzi del vino all’origine che, invece, stanno scendendo un po’ ovunque. Anche facendo leva sui nuovi strumenti introdotti nei mesi scorsi, a livello Ue, dal “Pacchetto Vino” (qui una sintesi delle maggiori novità introdotte). Ma in un settore tanto frammentato, fatto da tipologie di imprese diversissime tra loro (aziende verticali, che vanno dalla vigna allo scaffale, che vanno da dimensioni piccolissime a realtà più importanti, grandi imbottigliatori e cooperative), e di centinaia di territori e denominazioni che vivono dinamiche diverse, e di diverse tipologie di vino, trovare una visione o una ricetta che vada bene per tutti è quanto meno complesso. In questi mesi, a più riprese, le principali organizzazioni della filiera hanno detto la loro, in vista anche di una trattativa con le istituzioni, in sede di “Tavolo Vino”, che resta sullo sfondo, ma nella quale non sarà semplice trovare una sintesi, tra chi, per esempio, invoca tagli trasversali delle rese dei vini generici, e chi invece li ritiene insostenibili per le realtà che vivono di volumi; tra chi punta sul blocco o sulla sospensione delle nuove autorizzazioni di impianto (consentite nell’1% all’anno secondo regolamento Ue), cosa che per altro i Consorzi possono deliberare al loro interno (così come possono diminuire le rese massime previste dai disciplinari di produzione, previa ok delle istituzioni di riferimento, Regioni, in primis), e chi invece sostiene che a poco servirebbe nell’immediato, rischiando al contrario di penalizzare le possibilità di crescita di quelle cantine che, nonostante tutto, sono in salute e vogliono investire; tra chi parla di ipotesi di estirpo e chi esclude questa misura, in maniera assoluta o meno. Senza contare che c’è chi, piuttosto che investire risorse economiche ed attenzione sulla riduzione della domanda, guarda a far crescere la domanda.
Un quadro complicato e variegato, sul quale, riportando le diverse posizioni, abbiamo cercato di fare una sorta di “stato dell’arte”. “Il momento è complesso, serve un approccio molto laico, e si può discutere di tutto. Detto questo, noi come Federvini - commenta, a WineNews, Gabriele Castelli, dg Federvini - riteniamo che se effettivamente esiste una situazione per cui c’è più prodotto di quello che il mercato attualmente richiede, si debbano concentrare gli sforzi su un allargamento dei mercati e sullo stimolo della domanda, piuttosto che ragionare su misure generali di riduzione della produzione. Che, peraltro, per le denominazioni, già esistono, dalla riduzione delle rese rispetto a quanto previsto dai disciplinari, agli stoccaggi e così via. Altre misure, come la sospensione delle autorizzazioni per nuovi impianti previsti nella misura dell’1% massimo ogni anno, come da regolamento europeo, secondo noi avrebbero effetti limitati e comunque che si vedrebbero realmente non prima di 5-6 anni, non allevierebbero nell’immediato i problemi di chi è in difficoltà, e magari limitando le possibilità di quelle aziende che, comunque, sono in crescita nonostante il contesto. Un taglio delle rese lineare per i vini generici è difficilmente praticabile, e anche in questo caso poi l’andamento di mercato non è uguale per tutti. E stessa cosa vale per un’altra misura di cui si parla, che sono le estirpazioni, una estrema ratio di cui, comunque, è complesso parlare in maniera generalizzata a livello nazionale. Dal nostro punto di vista, come detto, gli sforzi e le risorse vanno concentrate sulla creazioni di nuovi mercati, che non vuol dire solo promozione all’estero con i fondi Ocm o altro, ma anche investimento in innovazione di prodotto, nella creazione di nuovi momenti di consumo, di brand forti e così via.
Misure che, in primis, devono mettere in campo le imprese, ma che Consorzi e organizzazioni di filiera possono sostenere e accompagnare”. Una posizione che è simile, peraltro, a quella del Governo, come emerge da questa intervista, a WineNews, al Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, raccolta a Conegliano, in terra di Prosecco Docg, nei giorni del Congresso Assoenologi: “non siamo una nazione che ha un Governo che punta piani quinquennali di sviluppo imponendo al mondo agricolo le scelte. L’Italia è una nazione variegata che ha diverse produzioni. Qui, in Veneto, parlare di estirpo fa raddrizzare i capelli a tutti. Anche solo dire che non procederemo all’ampliamento delle zone di produzione crea dei problemi, perché i vini e i prodotti hanno un grande mercato, un grande valore aggiunto. In altre aree del Paese ovviamente le situazioni sono diverse, tutte vanno commisurate. Gli interventi sulla distillazione, sono interventi che abbiamo valutato, anche insieme alle associazioni di categoria, come una goccia nell’oceano, che non risolverebbero il problema. Sarebbero interventi che toccherebbero minime quantità del prodotto considerato in eccesso, e ovviamente sarebbero “persi” sull’annualità in cui vengono investiti. Mentre le stesse cifre investite sulla comunicazione sul rafforzamento delle imprese creano grandi vantaggi. Io penso il mercato ha le sue regole, e quindi servono condizioni di parità ed equità che sono quelle che dobbiamo garantire. Poi chi è più bravo riesce a posizionarsi sul mercato, in un quadro nel quale le aziende che hanno saputo fare sistema, efficientare i costi, abbattere i costi di produzione, aprirsi strade per creare valore aggiunto, non solo reggono, ma sono in ottime condizioni. Chi invece ha scelto la politica della standardizzazione del prodotto del basso livello qualitativo ha più difficoltà. Siamo disponibili ad aiutare tutti - sottolinea il Ministro Lollobrigida - ma nell’ambito di regole di mercato che tendono da sole e senza imposizioni a ridurre le produzioni, quando queste non rendono. Dobbiamo salvaguardare in quest’ottica però anche un altro principio, che tengo a sottolineare, perché ogni tanto non viene capito a fondo. Non è che noi sosteniamo, come Italia, con la Politica agricola comunitaria, l’agricoltura, perché è un’impresa diversa dal commercio e dall’industria. Noi sosteniamo l’agricoltura perché l’agricoltore è il custode del territorio, e il vigneto permette di avere un indotto positivo che è collegato alla coltivazione. L’estirpazione, questi effetti positivi non li produce, e quindi non si può pretendere di avere un’attività che non produce che venga sostenuta con una forma di assistenzialismo che non sta né in cielo né in terra, dal mio punto di vista”.
A proporre le sue misure, in una nota stampa, è stata, di recente, anche Unione Italiana Vini (Uiv), nei giorni scorsi in Consiglio Nazionale nella cantina Rocca Sveva, a Soave. Secondo l’organizzazione guidata da Lamberto Frescobaldi, “tra gli interventi più urgenti per intervenire sul disequilibrio tra domanda e offerta figurano infatti lo stop temporaneo alle nuove autorizzazioni all’impianto e la riduzione delle rese produttive - anche per i vini Dop e Igp - nonché l’aggiornamento dei disciplinari di produzione e la revisione dei limiti di resa per i vini generici, con un sistema sanzionatorio più efficace e una regolamentazione più stringente delle riclassificazioni tra denominazioni. Secondo i dati dell’Osservatorio Uiv, ad aprile 2026 - si legge ancora nella nota - le cantine italiane hanno infatti registrato un aumento delle giacenze pari al +7,6% sul pari periodo 2025, con i prezzi dello sfuso delle principali Dop-Igp in calo del 7%. Questo rallentamento di mercato è appesantito anche dalla performance sulle piazze estere, che dopo un 2025 in contrazione (-3,7% il consuntivo a valore sul 2024), chiudono anche il primo trimestre 2026 con l’extra-Ue fermo a -11%. Il documento condiviso esclude, infine, piani generalizzati di estirpo dei vigneti, inefficaci e penalizzanti soprattutto per le aree collinari e montane. In una prospettiva di medio-lungo termine, si sollecita l’elaborazione di un piano strategico nazionale per i prossimi 5-10 anni, finalizzato ad adeguare la produzione alla domanda reale e a rafforzare la competitività del vino italiano sui mercati nazionali e internazionali”.
Se questa è la posizione di Unione Italiana Vini (Uiv), a parlare sono state anche le rappresentanze del mondo cooperativo che, vale la pena ricordarlo, produce oltre la metà del vino italiano e che, in alcuni territori e denominazioni, riveste un ruolo largamente predominante. Secondo Luca Rigotti, alla guida di Mezzacorona è confermato al vertice del settore vitivinicolo Confcooperative (qui la nostra intervista), “è vero che stiamo attraversando, come settore, una crisi che era da molti anni che non si verificava, nel quadro di una crisi più generale, tra guerre e non solo, che tra le altre cose fanno salire il costo del denaro, rallentano l’economia, fanno calare il potere di acquisto e di conseguenza i consumi di vino. Ma non credo che si possa generalizzare con certe misure, come il taglio delle rese. Ogni territorio deve capire in base alla produzione e alla richiesta di mercato se è il caso di farlo o meno. Ci sono dei vini generici che hanno bisogno di grandi numeri, per esempio. Io credo che ogni territorio abbia la responsabilità di gestire le produzioni. Anche non passando necessariamente per l’estirpo. Ci sono misure che i Consorzi o le Regioni possono adottare di concerto con la filiera, come gli stoccaggi, per esempio, o la limitazione dell’aumento delle superfici vitate per un certo arco temporale, o la gestione della produzione riducendo le rese da parte dei consorzi, ma in generale io sono propenso a pensare che sia responsabilità delle singole aree e delle singole Regioni capire cosa fare, perché l’Italia ha una molteplicità di produzioni di tipo vinicolo e con delle specificità importanti”.
Ma anche all’interno dello stesso mondo cooperativo le visioni sono diverse. Per Legacoop Agroalimentare, guidata da Cristian Maretti, per esempio quella di sospendere temporaneamente le autorizzazioni per nuovi impianti vitati, è una “necessità”: “ogni anno l’attuale sistema comporta la possibilità di impiantare quasi 7.000 ettari di vigneto - ha spiegato il presidente Legacoop Agroalimentare, in questo suo intervento - ma alla luce della possibilità introdotta dal “Pacchetto Vino” Ue di portare le concessioni anche allo 0%, il Coordinamento ritiene urgente valutare una sospensione temporanea delle nuove autorizzazioni per evitare di aumentare ulteriormente l’offerta in una fase di mercato già segnata da possibili squilibri tra domanda e produzione”. Secondo l’Associazione Nazionale delle Cooperative AgroitticoAlimentari aderenti alla Legacoop (di cui fanno parte oltre 60 realtà del vino, per un valore alla produzione di 2 miliardi di euro, quasi il 13% del fatturato del vino italiano, per un fatturato all’export di 620 milioni di euro ed oltre 2.700 occupati, ndr), infatti, diminuire le rese non basta: occorre avere un quadro più chiaro e dettagliato delle giacenze, che appare molto diversificato a seconda delle categorie di prodotto, delle tipologie e dei territori. Una valutazione uniforme, spiega Legacoop, rischierebbe, infatti, di risultare inefficace, dal momento che il mercato del vino non è unico ma composto da segmenti differenti, con dinamiche e destinazioni molto diverse tra loro: “tutte le soluzioni che non tengono conto di tale dettaglio appaiono a nostro avviso superficiali ed inefficaci”, sottolinea Maretti. Secondo cui “non sono da escludere a priori misure di crisi come la distillazione e l’estirpazione (come previste, peraltro, nel “Pacchetto Vino”) per quegli areali o per quelle denominazioni che si trovino in condizioni di difficoltà strutturale”.
Sul tema delle estirpazioni, che resta tra i più delicati, non tanto nella sua attuazione, perchè un’azienda potrebbe decidere di farlo o meno in totale autonomia, ma nel suo eventuale finanziamento con risorse pubbliche, nelle settimane scorse, al momento dell’approvazione del “Pacchetto Vino” Ue, era intervenuta, con netta contrarietà, anche la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi), guidata da Rita Babini, secondo cui “aver inserito la misura di estirpo tra quelle settoriali, quindi finanziabile da fondi europei, è un errore, perché i fondi europei dovrebbero aiutare a sostenere la crescita e la competitività delle aziende”.
Tante posizioni diverse, dunque, in modo più netto o più sfumato, che partono ovviamente da posizioni e punti di vista diversi che, a loro modo, raccontano una volta di più un mondo del vino italiano che se è a livello di immagine e comunicazione rappresenta un’eccellenza per la nazione intera e un driver di “ricchezza diffusa” in tanti territorio, al suo interno è, invece, fatto di una grande varietà non solo di territori e di prodotti, ma anche di modelli di impresa diversissimi tra loro che, soprattutto nelle fasi difficili di mercato, è difficile tenere insieme. Sebbene trovare una sintesi, come sempre accade in politica, e anche in eno-politica, sia un obiettivo fondamentale che richiede il massimo sforzo nel ragionare “di filiera”, mettendo in secondo piano, per quanto possibile, i pur legittimi interessi di parte.
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