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IL TREND

Vino low e no alcol: l’Italia attende una normativa, mentre il mercato cresce

In Unione Europea già possibile la produzione, ma non nel Belpaese, con i produttori costretti a bussare all’estero. Il punto di Unione Italiana Vini

A molti non piacciono. Per alcuni, a partire dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, non vanno chiamati neanche “vini”. Eppure, i vini low alcol o dealcolati, sono un piccolo pezzo del presente del mercato delle bevande, e sono destinati a crescere. E benchè qualche etichetta a firma italiana stia nascendo, c’è ancora un vulnus enorme per i produttori italiani, ovvero il fatto che sebbene l’Unione Europea abbia da tempo una sua normativa di riferimento in materia, l’Italia non l’abbia ancora recepita. “E così, nonostante un lavoro importante che ci ha consentito di mantenere l’ambito dei cosiddetti vini dealcolati nell’Ocm Vino, i produttori italiani non possono giocare ad armi pari con gli altri. Perchè le cantine del Belpaese che vogliono investire in questa nicchia di mercato, che può non piacere agli amanti del vino, ma che esiste, sono costrette ad andare ad acquistare o a farsi produrre il vino low alcol all’estero, con il valore aggiunto che, dunque, in parte, viene disperso”, sottolinea, a WineNews, il segretario di Unione Italiana Vini (Uiv), Paolo Castelletti. E, proprio Unione Italiana Vini, con la regia di Elisabetta Romeo, ha fatto il punto della situazione nei giorni scorsi, nel Sana, mandando anche in scena una degustazione dei prodotti low e no alcol di brand italiani di primo piano, come Zonin1821, Hofstatter e Schenk.
Ad oggi, secondo il regolamento Ue 2021/2117, ha autorizzato e normato la produzione e commercializzazione di vino parzialmente dealcolato nell’Unione Europea. Distinguendo, intanto, tra dealcolizzazione totale, che riguarda i prodotti per i quali il titolo alcolometrico effettivo del prodotto non è superiore allo 0,5%; e la dealcolizzazione parziale, se il titolo alcolometrico effettivo del prodotto è superiore allo 0,5% e inferiore al titolo effettivo minimo della categoria che precede la dealcolizzazione. Con la peculiarità che, per i vini Dop e Igp, è autorizzata solo la dealcolizzazione parziale. Che, oggi, può avvenire con tre metodi: la parziale evaporazione sottovuoto (che, da un lato, produce il vino dealcolato, e, dall’altro, acqua di vegetazione ricca di alcol, dal 30% al 40% ed oltre); con le membrane (che, oltre al vino, danno origine ad un’acqua di rete con concentrazione alcolica quasi nulla, tra 0,3 e 0,5 gradi alcolici); per distillazione. Ma un punto fermo (e per molti ancora non raggiunto) è che i processi di dealcolazione, quali che siano, non devono dare luogo a difetti organolettici nel prodotto. Se, ovviamente, la dicitura “dealcolizzato” o “parzialmente dealcolizzato” devono essere bene distinguibili in etichetta, sono tante le questioni ancora aperte, a livello di normativa Unione Europea. Attualmente, ad esempio, sebbene il vino dealcolato faccia parte della grande famiglia dei prodotti vitivinicoli, non è possibile produrlo con certificazione biologica, ma non è detto che questo non sia destinato a cambiare. Ancora, non è sostanzialmente possibile fare blend tra un prodotto dealcolato ed uno non dealcolato, né può essere utilizzato l’arricchimento di un vino dealcolato tramite l’aggiunta di zucchero nel mosto.
Se questo, come detto, è il quadro europeo, in Italia, spiega la presentazione di Unione Italiana Vini (Uiv), “alcuni punti del Testo Unico non consentono alle imprese vitivinicole italiane di iniziarne la produzione negli stabilimenti vitivinicoli. È vietata - per esempio - la detenzione di alcune sostanze negli stabilimenti enologici, che, nel caso specifico dei vini dealcolati, andrebbe regolamentata. Dovrebbe anche essere permessa la detenzione momentanea dell’alcol prodotto dal processo di dealcolizzazione prima che questo venga denaturato e quella dell’acqua ottenuta nel corso dello stesso processo”. Su questi ed altri temi, il Ministero dell’Agricoltura ha recentemente inviato uno schema di decreto relativo ai vini dealcolati e parzialmente dealcolati elaborato a seguito di un confronto con l’agenzia delle dogane e con l’Icqrf (Ispettorato per il Controllo della Qualità e Repressione Frodi).
Tra i punti più delicati, segnalati da Unione Italiana Vini (Uiv) lo schema di decreto prevede che “l’acqua endogena ottenuta dai processi di dealcolizzazione effettuati tramite distillazione o evaporazione parziale può essere recuperata a condizione che il riutilizzo avvenga all’interno del processo di dealcolizzazione, operando in modo continuo e automatico in un circuito chiuso”; che “il processo di dealcolizzazione può avvenire esclusivamente presso stabilimenti dotati di licenza di deposito fiscale per la produzione di alcol”; che “fino alla realizzazione di una specifica funzionalità telematica le singole lavorazioni devono essere preventivamente comunicate entro il quinto giorno antecedente alla loro effettuazione mediante Pec agli uffici territoriali dell’Icqrf e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli secondo competenza”. Guardando, dunque, ad una normativa che il settore del vino italiano spera arrivi quanto prima, il tema dei vini dealcolati è particolarmente sensibile, in uno scenario di mercato e di costumi sociali che sta cambiando in ogni angolo del mondo, e che va verso un sempre minor consumo di alcol, al netto di politiche più o meno restrittive, o di campagne di comunicazione più o meno aggressiva in materia.
D’altronde, ricorda la presentazione di Elisabetta Romeo, “nei Paesi che tradizionalmente sono stati i maggiori consumatori, il consumo annuo pro-capite tende a diminuire. Nel 2022, secondo Wine Intelligence, un terzo dei consumatori vuole diminuire il consumo di alcol negli Stati Uniti; il 36% in Giappone; il 56% in Australia e il 58% in Svizzera. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini (Uiv), su dati della World Bank, il consumo di alcol pro-capite ha subito un decremento medio annuo del 3,2% in Italia, del 1,8% nel Regno Unito, del 1,4% in Francia e Paesi Bassi e del 1% in Germania. Inoltre, nel mondo, il 50% della popolazione non consuma bevande alcoliche per motivi religiosi o perché non le considera nel proprio regime alimentare. Questa percentuale è emblematica del potenziale del mercato del vino senza alcol”. Ancora, da tante indagini di mercato, ci sono tanti profili di consumatore che, potenzialmente, sono target per questi prodotti. Come i giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, che sempre più spesso cercano attivamente alternative all’alcol, e il vino dealcolato permette di festeggiare e divertirsi senza perdere il controllo di sé e senza rischiare di commettere un’infrazione, come, per esempio, nel caso della guida in stato di ebbrezza. Inoltre, il 60% dei giovani della Generazione Z ritiene di non gradire gli effetti collaterali dell’alcol, e che sia necessario saper mantenere il controllo delle proprie azioni in ogni circostanza. Ancora, un interesse particolare per le bevande dealcolate viene mostrato dalle donne tra i 25 ed i 40 anni di età, e tra le persone over 60, oltre che da coloro che hanno particolari condizioni di salute, come diabete o malattie del fegato, donne in gravidanza e sportivi.
In questo quadro, il mercato del vino dealcolato è ancora un settore marginale nel campo delle bevande analcoliche, ricorda Romeo, ampiamente dominato dalla birra, i cui produttori si sono orientati da anni verso la dealcolizzazione. Nel 2021, il mercato della dealcolazione valeva 7,5 miliardi di euro, di cui 322 milioni di euro per il vino parzialmente o totalmente dealcolato. Entro il 2025, il mercato globale della dealcolazione potrebbe avere un valore complessivo di 30 miliardi di dollari, di cui l’80% sarà rappresentato dalla birra analcolica. Tuttavia, la crescita prevista per i vini, aromatizzati e non, sarà tra il +7% ed il +10% all’anno, in tutte le regioni del mondo. Nello stesso periodo, le prospettive di crescita annuale del consumo di vino “classico” sono solo dell’1%. Se consideriamo i vini dealcolati per categoria, nel periodo 2018/2023 le vendite di vini fermi parzialmente o totalmente dealcolati sono cresciute del 13% e quelle di vini fermi parzialmente o totalmente dealcolati del 5,6%. A livello Ue, invece, secondo uno studio della Commissione Europea, emerge che, come nel resto del mondo, ad oggi la birra interamente o parzialmente dealcolata fa la parte del leone, con il 97% del mercato in volume e il 93% in valore, ossia 7,5 miliardi di euro e 2,5 miliardi di litri. Il mercato dei vini parzialmente o totalmente dealcolati rappresenta 322 milioni di euro e 42 milioni di litri, con i vini spumanti che contano per il 70% del totale sia in valore che in volume. I principali mercati sono Francia (166 milioni di euro), Germania (69,3 milioni di euro), Italia (30,6 milioni di euro) e Spagna (15 milioni di euro). I vini aromatizzati, invece, rappresentano un valore di 16 milioni di euro e un volume di 2 milioni di litri (0,3% in volume e 0,6% in valore). I principali Paesi consumatori sono Francia (7,6 milioni di euro), Spagna (4 milioni di euro) e Germania (1,5 milioni di euro).
Numeri piccoli, ad oggi, se si guarda solo al vino. Ma, evidentemente, destinati a crescere. E, viene da dire, visto che buona parte dei Paesi produttori del mondo, Francia ed Italia in testa, vivono una fase storica in cui si parla di sovrapproduzione e di fondi stanziati per la distillazione di crisi (200 milioni di euro di fondi pubblici, tra Unione Europea e Stato, solo nel 2023, nel caso della Francia), il vino dealcolato, sebbene non sia amata dai puristi, può essere un pezzo della complicata soluzione del problema che, peraltro, non costerebbe un centesimo alle casse dell’Europa e dei Paesi membri.

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