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A TU PER TU

Vittorio Sgarbi: “mettere insieme vino e arte non rappresenta un vantaggio per il vino”

A WineNews, il celebre critico d’arte, Sottosegretario alla Cultura: “è un legame che appartiene alla storia, non una questione di immagine”

“L’idea di mettere insieme arte e vino con il vantaggio per l’attività vinicola è, secondo me, un’illusione e un errore, perché non ce n’è bisogno. Sono mondi che possono incontrarsi, ma è giusto che chi produce vino vada in un museo, non che un museo vada dove c’è chi produce il vino. È come fare una mostra a domicilio del tutto gratuita”. E perché, dall’altro lato, “portare fuori da un museo il feticcio originale delle opere, come se tu volessi aiutarle, quando non hanno bisogno di nessun aiuto perché sono sufficientemente conosciute da poter essere magari utilizzate con delle riproduzioni, sembra come prenderle in ostaggio. Non è una polemica con nessuno, ma quella che si pensa essere una grande idea è, invece, una forma di semplificazione”. Lo ha detto, a tu per tu con WineNews, Vittorio Sgarbi, tra i più importanti critici e storici dell’arte italiana, da sempre istrionico ed ascoltato opinionista, oggi Sottosegretario di Stato alla Cultura, con il quale ci confrontiamo spesso sull’idea di legare il vino all’arte ed i prodotti della nostra agricoltura alla cultura, per il legame che hanno con i territori, con la loro storia, con le loro comunità ed i loro paesaggi unici. Che per Sgarbi è “cosa buona e giusta”, e per WineNews serve anche per far parlare del mondo del vino anche i grandi mezzi di informazione, ma, e qui il celebre critico va controcorrente, la comunicazione del “bello e buono” dell’Italia deve essere fatta nel modo giusto e nel luogo giusto, e secondo lui, come già ci aveva spiegato a proposito dei capolavori delle Gallerie degli Uffizi portati per la prima volta a “Vinitaly” 2023, introdurre opere d’arte italiana in contesti dedicati al vino è come profanare un tempio del vino, mentre il tempio dell’arte sono i musei, e quelle opere potevano essere esposte a Verona.
All’appassionata e inesauribile ricerca della bellezza, che, a volte evidente, chiede solo di essere raccontata, e che, altre volte, è il critico a svelare o restituire all’umanità, Vittorio Sgarbi ha dedicato la sua vita e uno dei suoi ultimi volumi, “Scoperte e rivelazioni. Caccia al tesoro nell’arte” (La Nave di Teseo, 2023), come ha raccontato, nei giorni scorsi, ospite della Fondazione Lungarotti a Torgiano, nel cuore dell’Umbria, terra di arte e importanti artisti e di agricoltura e storici produttori di vino e non solo. E, dove, da 50 anni si trova il Muvit, il primo Museo del Vino d’Italia ed uno dei più importanti al mondo, nato nel 1974 dall’intuizione della storica dell’arte Maria Grazia Marchetti Lungarotti e Giorgio Lungarotti, fondatore delle cantine Lungarotti, e che racconta con una collezione di 3.000 opere 5.000 anni di storia del vino. “Un’impresa, che ha rappresentato per me e rappresenta una tappa di ammirazione per uno storico dell’arte in Umbria”, ha ricordato Sgarbi.
È qui che lo abbiamo incontrato, parlando di linguaggi dell’arte e del vino, e di quale quest’ultimo dovrebbe utilizzare per avvicinare, coinvolgere ed appassionare ancora di più le persone come avviene di fronte ai capolavori dei grandi artisti. “Il vino è popolare per natura e non ha bisogno di tornare ad esserlo - sottolinea Sgarbi - è la bevanda più antica e più santa perché è prodotta dalla natura e quindi, eccetto l’acqua che ha un significato diverso, il vino è meglio di qualunque altra creazione che è stata fatta dal tempo della coltivazione della vite fino alla Coca-Cola. E non credo che sarebbe utile far diventare il vino popolare come la Coca-Cola, e non serve perché sta nella dimensione in cui deve stare. E mi pare che eventi come Vinitaly non dimostrino altro che l’attenzione che c’è per la produzione che migliora di decennio in decennio. Il vino del contadino è di gran lunga meno significativo per qualità di quello prodotto oggi con la crescita della tecnologia. Non farei niente di più che continuare a mostrare la qualità e il perfezionamento delle produzioni”. E continuare a raccontare i territori di cui il vino è “medium”, in quanto “indica un’area culturale: il vino umbro, sardo o siciliano ha il sapore della sua terra e la rappresenta”.
“Ma non ritengo necessario collegare l’arte alla produzione del vino, che ha una sua storia e una sua attività artigianale, che sono di per sé delle forme di creatività - conclude Sgarbi - opere meravigliose sono ispirate al tema dell’ebrezza e del vino, e tra quelle che ricordo con maggiore gratitudine c’è il ciclo dei mesi del Duomo di Ferrara (la sua città natale, ndr) con un racconto della vendemmia pieno di magia. Il loro accostamento non è disdicevole ma nemmeno necessario, perché lo ritengo una forma di mortificazione e un complesso di inferiorità, che è come dire che l’arte è più importante. Semplicemente, appartiene al racconto e alla storia, non è una questione di immagine”.

 

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