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Nasce l’“alleanza” dell’Etna, stretta dai sindaci dei Comuni del vulcano, di fronte ai produttori

Una carta da giocare? Ispirarsi anche al know how del Barolo, “trasferito” in Sicilia da imprenditori top di Langa come Angelo Gaja e Oscar Farinetti
ALLEANZA, ETNA, PRODUTTORI, SINDACI, VULCANO, Italia
L’Etna, si conferma territorio del vino sulla cresta dell’onda. Credit: Fabio Gambina

Progetti partecipati e condivisi per valorizzare l’Etna, il vulcano e le sue contrade, dove dinamici produttori di vino - chi da generazioni, da Firriato a Planeta, da Tasca d’Almerita a Donnafugata, da Passopisciaro a Benanti, da Cottanera a Cusumano, per citarne alcuni, chi dall’altro ieri, affascinato dall’energia del vulcano e dal suo suolo ricco di minerali - investono nella terra, recuperano vecchi vigneti, reimpiantano vitigni autoctoni, assumono manodopera locale e creano un circuito virtuoso che genera un indotto positivo in termini di sviluppo socio-economico, cura e manutenzione del paesaggio, facendone un territorio del vino sulla cresta dell’onda: è la mission dell’“alleanza” dell’Etna, stretta, nei giorni scorsi a “ViniMilo” (Milo, fino al 9 settembre), dai sindaci dei Comuni del vulcano (Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Nicolosi, Pedara e Piedimonte Etneo), accogliendo l’invito del sindaco di Milo Alfio Cosentino, e di fronte ai loro produttori, dalle grandi cantine alle aziende familiari interessate a conoscere le opportunità di crescita del comparto.
Ma l’incontro era dedicato a un confronto, forse impensabile fino a pochi anni fa, tra i territori dell’Etna e del Barolo, vocati alla produzione di grandi vini, entrambi nella lista Unesco dei Patrimoni dell’Umanità, e sempre più accomunati anche da produttori che dai vigneti del Piemonte hanno deciso di investire in Sicilia, imprenditori top di Langa come Angelo Gaja (in partnership con Alberto Graci, nel 2017) e Oscar Farinetti (nei mesi scorsi, con Villa dei Baroni, in joint venture tra Borgogno e Tornatore), che hanno trasferito i loro investimenti, ma anche il loro know how, tra i filari del vulcano, con la formula, anche in questo caso, di “alleanze” con i produttori locali.
Un know how che, chissà, non possa rappresentare una nuova fonte di ispirazione ed una carta da giocare per le diverse anime del territorio dell’Etna, a confronto a Milo con quelle del Barolo. “Dopo la Doc del 1966 - ha ripercorso il sindaco di Barolo, Renata Bianco - la svolta è stata la Docg del 1980. La menzione geografica ha consentito di far conoscere fisicamente il territorio del Barolo e di conseguenza di far apprezzare ulteriormente le peculiarità del nostro vino. È utile il confronto con altre esperienze, perché stimola a non sederti sugli allori ma a cercare sempre nuove opportunità di scambi culturali per far crescere i territori. Tanto più che con l’Etna condividiamo il riconoscimento Unesco e quindi l’impegno per la salvaguardia del territorio custodito con sapienza dai nostri antenati”. Una sapienza che, ha ricordato il presidente dell’Enoteca Regionale Barolo, Federico Scarzello, oggi si traduce nella “produzione al 100% di uva Nebbiolo coltivata su circa 2.000 ettari di vigneti che si estendono sul territorio di 11 Comuni nelle Langhe nel Sud del Piemonte, per una produzione potenziale di 14,5 milioni di bottiglie suddivise tra più di 300 produttori ed imbottigliatori, di cui la stragrande maggioranza produce tra 10 e 50.000 bottiglie l’anno, con una superficie media ad azienda di 5 ettari. Se si sommano i viticoltori che conferiscono l’uva a terzi il numero di aziende supera le 500. Nella scorsa campagna il valore delle uve era tra i 450 e 550 euro al quintale, con un ricavo ad ettaro lordo medio di 40.000 euro”.
Ma un’impennata, negli ultimi 10 anni, l’hanno vissuta anche i produttori dell’Etna (che da 25 circa sono adesso più di 150): “già dal 2011 - ha detto Antonio Benanti, presidente del Consorzio di Tutela dell’Etna Doc - il riconoscimento del termine contrade, come aree privilegiate di produzione d’eccellenza (per via dell’esposizione e di altri fattori microclimatici), consenta la menzione in etichetta, per aggiungere valore al prodotto alla stregua dei francesi Cru, che appunto identificano un territorio perimetrato e con vigneti importanti”.
“Siamo consapevoli - ha sottolineato Alfio Cosentino - come comunità, di essere parte di un unico grande sistema produttivo che ha nell’Etna il suo nume tutelare. Per questo abbiamo voluto confrontarci con Barolo: sono molte le affinità tra i due territori e il confronto tra le due esperienze è stato certamente positivo. Anche sull’Etna la crescente “cultura del vino” ha prodotto l’aumento di manodopera specializzata e di addetti all’accoglienza nelle cantine con grande dimestichezza con l’inglese”.

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