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SOSTENIBILITÀ

Il viaggio della “locomotiva della sostenibilità” verso una certificazione unica nazionale

Valoritalia, Equalitas e imprenditori del vino chiedono al Ministero dell’Agricoltura un'accelerata sul protocollo unitario di certificazione
SOSTENIBILITA, VINO ITALIANO, Italia
Alla ricerca della Sostenibilità, una certificazione unica riconosciuta in sede governativa

“La volontà è quella di dare risposte concrete e arrivare ad una sintesi, ovvero uno standard e una certificazione unici a livello nazionale per la sostenibilità delle aziende vitivinicole. Abbiamo bisogno di chiarezza sulle proposte verso le quali il Ministero dell’Agricoltura deve dare risposte. Al vertice di questo percorso si posizioni lo standard Equalitas. Il traguardo più grande rimane certificare un’intera denominazione, anche là dove l’estensione territoriale sia vasta e tocchi più comuni o province, come nel caso del Prosecco. L’importante è che si tenga conto dei tre pilastri della sostenibilità: ambiente, economia e sociale.”
Nelle parole di Stefano Zanette, presidente di Equalitas e del Consorzio del Prosecco Doc, è racchiuso lo spirito col quale l’Italia vitivinicola guarda al tema sostenibilità, un argomento complesso sul quale, ancora, a livello legislativo tarda ad arrivare una risposta che unifichi un protocollo e un ente terzo che certifichi in maniera chiara e standardizzata la natura biologica, o naturale, di un vino, di un’azienda o in una visione ancora più ambiziosa di un’intera denominazione. E proprio questo è stato il tema di “Vino - Sostenibilità: Toscana Modello Italiano”, il convegno firmato da Valoritalia, la società leader di settore nell’ambito dei controlli e delle certificazioni del vino, dalle denominazioni al biologico, di scena oggi a Firenze. Convegno che ha visto partecipare alla tavola rotonda, insieme a Zanette, anche Francesco Liantonio e Giuseppe Liberatore, rispettivamente presidente e direttore di Valoritalia, Sandro Sartor, ad Ruffino, Michele Mannelli, alla guida di Salcheto di Montepulciano, Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc e Giovanni D’Orsi, a capo di Casaloste, che hanno fatto insieme il punto sulla situazione biologico in Italia, con un focus sul mondo del vino. In Italia, infatti, attualmente sono riconosciute due tipologie di certificazioni a livello nazionale, quella biologica che indica il “bio” e quella SQNPI (con il simbolo a forma di ape) che identifica una basilare condizione di basso impatto sull’ambiente di un’azienda. Il vino naturale non prevede, ancora, una certificazione. Dal 2011 il Ministero dell’Ambiente ha avviato il Progetto VIVA che accompagna le aziende in un percorso di valutazione ed implemento dei fattori di sostenibilità e che può diventare traccia per la definitiva risposta della politica ad un’esigenza che il mercato stesso inizia a richiedere.
“In Svizzera - spiega Sandro Sartor - non sarai più sullo scaffale se non rispetterai i parametri di sostenibilità, così come in Svezia. Le nuovissime generazioni, come la Generazione Z, inoltre, sono già all’erta su argomenti come questi. L’attenzione all’ambiente di ragazzi e ragazze è testimoniato dal tempo speso sui social network a parlare di questi argomenti, che fino a qualche anno fa non erano conosciuti. Sono sintomi di un consumatore che sarà attento ai personali consumi e a guardare come si posizionano le aziende in relazione a questi temi. Abbiamo bisogno di regole chiare che i winelovers possano capire leggendo un bollino”.
A tirare le somme di questa complessa situazione è Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc, che ha seguito il processo di gestazione di un percorso unitario della certificazione di sostenibilità: “per una volta siamo fortemente in anticipo rispetto al mercato, perché abbiamo lo strumento col quale misurare la sostenibilità, quello che manca è un riconoscimento ufficiale. Dovrebbe uscire a breve, speriamo a brevissimo; in questo potrebbe inserirsi lo standard di Equalitas come best practice di crescita dell’idea di sostenibilità delle aziende vitivinicole italiane. La sostenibilità è un modo di misurare l’azienda e le sue attività a trecentosessanta gradi. Dalla vigna alla cantina, passando per gli aspetti sociali ed economici. Un’impresa non è un’isola, ma vive all’interno di una comunità.”
Altro tema importante legato al mondo delle certificazioni di sostenibilità è la comunicazione che ne è stata fatta nei confronti del consumatore. Parole come “Bio” sono diventate uno strumento di marketing, ancor prima che un vero e proprio riconoscimento a livello giuridico. La comunicazione è uno strumento essenziale, continua Ricci Curbastro: “la sostenibilità, per ora, è uno slogan che si trova sui giornali e nelle pubblicità. L’Italia non ha un’immagine così seria all’estero. La cosa è immeritata, ma in certi casi, come nelle storie di illeciti riguardanti le raccolte dei pomodori siamo stati sotto gli occhi di tutto il mondo. Anche il modo in cui il personale viene formato e trattato è un indice di sanità aziendale. Anche questa è comunicazione: bisogna vendere il concetto di sostenibilità a 360 gradi e 365 giorni l’anno, facendo cultura.”
Dalle richieste di mercato, alle richieste in ambito ministeriale fino alla comunicazione, la locomotiva della sostenibilità interessa tanti fattori ed aspetti legati al fare impresa nel settore vitivinicolo. Ma una visione esclusivamente legata ai sistemi di coltivazione in vigna, oppure ai meccanismi di una cantina, è assolutamente limitante. I vagoni di questa locomotiva sono le filiere che un comparto economico come quello vitivinicolo mette in moto: dalle aziende del vetro, dai trasporti, al digitale, la ristorazione ad un immenso panorama di risorse umane, economie di territorio. Un macchinista visionario, ante litteram, che ha portato la propria azienda in regime di autarchia energetica è Michele Manelli di Salcheto, azienda simbolo del Nobile di Montepulciano, che potrebbe diventare uno dei primi distretti vinicoli ad essere completamente ecosostenibile: “nel Nobile di Montepulciano, dal momento in cui il sistema delle certificazioni si è messo in moto, anche con progetti virtuosi insieme ad Equalitas si sono creati i meccanismi di miglioramento per quanto riguarda la sostenibilità. E ora basta inventarsi concetti, sistemi e modelli, gli strumenti ci sono e non abbiamo più scuse. Siamo di fronte alla mancanza della politica per quanto riguarda una certificazione ufficiale di un processo che è già avvenuto, di cui Equalitas è principe. Serve un modello adeguato agli standard internazionali. Nemmeno la politica mette in discussione questo aspetto, con un po’ di confusione tra i vari ministeri e i progetti. Abbiamo perso anni, il tassello che manca è un riconoscimento finale. I tempi sono maturi.”
Il cammino verso una certificazione di sostenibilità unitaria e nazionale passa però anche dalle realtà delle singole regioni. In alcuni casi, come quello della Toscana il lavoro passa da sinergie tra la Regione e le aziende. Un comparto, quello del vino toscano, che attualmente supera le 23.000 imprese, dislocate per oltre due terzi in aree destinate alle produzioni di vini Dop, che coprono più del 92% della superficie vitata regionale (60.000 ettari). A fare da valore aggiunto, 11 Docg, 41 Doc e 6 Igt. Si aggira intorno a 1 miliardo di euro, pari all’11% del totale nazionale indicato da Ismea, il fatturato generato dalla filiera dei vini Dop e Igp imbottigliati, di cui 550 milioni fanno capo all’export (57% nei Paesi extra Ue; 43% nei Paesi Ue). Risultati frutto di ingenti investimenti realizzati grazie ai fondi Ocm Vino, che dal 2000 ad oggi superano i 307 milioni di euro, e al Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020, che al quinto anno di programmazione ha destinato risorse per un valore di 867 milioni di euro con 61 bandi pubblicati (in pratica il 91,3% della dotazione finanziaria totale prevista dal programma). Non solo: grazie alla Misura Ocm Vino “Ristrutturazione e riconversione dei vigneti” negli ultimi dieci anni oltre il 45% dei vigneti è stato rinnovato. Un dinamismo che si riscontra anche sul fronte bio, dove oltre 5.000 operatori (il 6,6% del totale nazionale) lavorano per il continuo miglioramento delle coltivazioni rispettose dell’ambiente che aumentano di anno in anno. Nel 2018, con un incremento di oltre il 6% sul 2017, la superficie coltivata in Toscana ad agricoltura biologica ha infatti superato i 138.000 ettari, coprendo il 7,1% del totale nazionale. Guardando solo al settore vitivinicolo, con oltre 15.000 ettari, la quota toscana supera il 14% delle superfici biologiche in Italia.
Tra gli strumenti di cui il mondo del vino si avvale in questo percorso di certificazione c’è Valoritalia che come nessun altro in Italia si occupa di controllare e certificare il nettare di Bacco prodotto nel Belpaese. Una valenza che attualmente Valoritalia garantisce certificando 221 denominazioni di origine (46 Docg, 126 Doc e 49 Igt) pari al 42% del totale nazionale delle Do e, sul piano quantitativo, al 53% della produzione di vini Dop e Igp. Ogni anno, inoltre, Valoritalia certifica oltre 1,7 miliardi di bottiglie e distribuisce più di un miliardo di Contrassegni di Stato. Nel complesso, il valore “franco cantina” del prodotto vitivinicolo certificato da Valoritalia è di 6,8 miliardi di euro.

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