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GLI EFFETTI

“Con i dazi l’agroalimentare può perdere 700 milioni di euro”. Le province d’Italia più a rischio

Il Centro Studi Conflavoro stima “una perdita occupazionale di 5.000 unità”. Cia-Agricoltori: 21 territori su 107 esportano per oltre 100 milioni
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Con i dazi l’agroalimentare italiano può perdere 700 milioni di euro

La notizia dell’introduzione dei dazi del 20% sui prodotti Ue da parte degli Usa, dopo l’annuncio da parte del Presidente Donald Trump, è stata accolta, ovviamente, con molta preoccupazione da parte del settore agroalimentare italiano che, sulle esportazioni verso gli Usa, ha sempre fatto affidamento. Proprio in direzione degli States vengono, infatti, spediti tanti prodotti del wine & food che contribuiscono a creare ricchezza, occupazione e solidità al settore, ma ora, con lo scoglio dei dazi al 20%, il futuro si fa incerto a livello generale. E fioccano le previsioni che non possono essere positive. Parlano, infatti, di “una contrazione del Pil dello 0,1%, una perdita secca sull’export di 2 miliardi di euro e 30.000 posti di lavoro a rischio” le stime elaborate dal Centro Studi Conflavoro dopo l’annuncio di Trump. In particolare, secondo i dati del Centro Studi Conflavoro, diretto da Sandro Susini, “con l’entrata in vigore dei nuovi dazi la perdita per il solo agroalimentare potrebbe essere di 700 milioni di euro, a gravare in particolar modo su vino, formaggi e olio d’oliva, con una perdita occupazionale di 5.000 unità”.
Roberto Capobianco, presidente Conflavoro,
ha detto che “il blocco della crescita nei settori più colpiti può generare effetti a catena sulle imprese dell’indotto, sulle famiglie e sui consumi generali. Il rischio principale è che una decisione commerciale internazionale si trasformi in un’emergenza occupazionale interna, con l’aggravante che il nostro sistema non è in grado di riqualificare velocemente i lavoratori. Serve un fronte comune tra Governo, imprese e parti sociali per reagire alla scelta di Trump con determinazione cercando il confronto con gli Usa ove possibile, ma difendendo con forza la competitività del tessuto produttivo nazionale e la qualità del nostro made in Italy. Molto bene quindi l’immediata reazione del presidente Meloni che convocherà a Palazzo Chigi un Tavolo con le associazioni di categoria, dove porteremo la preoccupazione delle nostre Pmi”.
Da Nord a Sud del Belpaese, l’Italia è ricca di eccellenze enogastronomiche ed i dazi imposti dagli Usa metterebbero a rischio il settore agroalimentare di 1 provincia italiana su 5. Nella lista delle province ad alto rischio, a seguito delle barriere protezionistiche annunciate da Trump, secondo l’Ufficio Studi Cia-Agricoltori Italiani, ce ne sono 21 (su un totale di 107) le cui esportazioni di food verso gli Stati Uniti generano un valore superiore ai 100 milioni di euro. La più esposta, in questa classifica che guarda ai valori assoluti dell’export, è la provincia di Salerno con 518 milioni di euro, suddivisi soprattutto in ortofrutta lavorata e conserve di pomodoro, oltre a zucchero, cacao e condimenti vari. Segue Milano, con 422 milioni di euro di spedizioni verso gli Stati Uniti, che vedono in primo piano le bevande alcoliche da aperitivo. Cuneo è, invece, regina dell’export di vini con quasi 400 milioni di euro venduti negli Usa dalle cantine dell’Albese, delle Langhe e del Roero (Barolo e Barbaresco, in primis). Poco fuori dal triste podio il trevigiano con il Prosecco delle colline di Valdobbiadene (355 milioni di euro) e la Food Valley di Parma, con 306 milioni di euro, nella quale i dazi colpiranno, spiega la nota di Cia-Agricoltori Italiani, “soprattutto i Consorzi di Parmigiano e Prosciutto e le conserve di pomodoro”.
C’è, poi, il confronto sui valori percentuali, con un quadro ugualmente allarmante, che mette in risalto le province più vulnerabili, perché tanto dipendenti dall’export verso gli Stati Uniti. Se Grosseto, infatti, ricorda ancora Cia-Agricoltori Italiani, esporta negli Usa 236 milioni di olio d’oliva, preoccupa ancor di più che queste spedizioni rappresentino il 71% di tutte le vendite agroalimentari della provincia verso l’estero. Senza contare che “anche con un valore inferiore ai 100 milioni di euro di export, sono tante le province piccole e rurali per le quali l’impatto sull’economia locale sarebbe maggiore rispetto ai territori più ricchi, che riescono a diversificare i loro sbocchi commerciali”, ha ricordato il presidente nazionale Cia, Cristiano Fini. La Cia valuta particolarmente fragili le situazioni di Nuoro e Sassari, che destinano al mercato statunitense il 65% di tutta la loro produzione agroalimentare, soprattutto quel Pecorino romano prodotto per il 90% in Sardegna utilizzato oltreoceano dall’industria alimentare per aromatizzare patatine in busta e altri snack. “Se il prezzo del Pecorino romano non sarà più competitivo, verrà probabilmente sostituito da altri formaggi di pecora americani - evidenzia Fini - determinando un crollo per l’economia delle province dell’isola che si regge su quella filiera. A preoccupare sarà il prezzo del latte, che potrà subire contraccolpi immediati”. Ma tra le province più esposte, fuori dal territorio sardo, ci sono anche Catanzaro, dove il mercato Usa assorbe il 42% della produzione agroalimentare provinciale (ortofrutta lavorata, marmellate e conserve di pomodoro), Siena (vino e olio d’oliva) con il 34%, e Roma (vino, olio d’oliva e di semi) con il 33%.
Insomma, tante analisi che confermano la tensione delle imprese, mentre la politica italiana ed europea è al lavoro per cercare di risolvere il problema, quello dei dazi che “preoccupa, ovviamente, ma sul quale non dobbiamo fare catastrofismi, non smetteremo di esportare in Usa”, ha detto la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Un asse fondamentale, quello tra Roma e Washington, per il made in Italy agroalimentare, che, negli States, ha il suo primo partner extra Ue, con 7,8 miliardi di euro di esportazioni nel 2024 (su 69 miliardi totali), con una crescita del 17% sul 2023, e per il vino in particolare, che vede negli States il suo primo mercato straniero, con 1,9 miliardi di euro su 8,1 complessivi.

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