Se nel passato la convivenza di boschi e terre coltivate, in particolare a vigneto, ma non solo, era la norma, c’è stata una fase recente in cui si è affermata la pratica della “coltura specializzata”, che ha visto crescere in molte aree delle vere e proprie zone quasi monoculturali. Eppure, negli ultimi anni in particolare, nel mondo del vino, si è riscoperto l’importanza della vicinanza e della sinergia tra boschi e vigneti, con progetti, aziendali o di territorio, come quelli che abbiamo raccontato, negli anni, tra gli altri, di Castello di Meleto nel Chianti Classico, e di Fontanafredda nelle Langhe, con il “Bosco Vigna”, tra i tanti possibili. Del resto, che tra alberi, boschi e vigna, grazie a biodiversità, effetti “termici” e non solo, ci sia un rapporto utile e positivo per gli uni e per l’altra, come ci hanno spiegato il professore Attilio Scienza, tra i massimi esperti di viticoltura al mondo, o l’esperto in agroforestazione, Stefano Lorenzi, è qualcosa di ormai assodato. O ancora, come lo storico paesaggista italiano Paolo Pejrone, che un’intervista a WineNews, invitava a piantare anche bosco quando si impiantava una vigna.
Un tema sempre più sotto i riflettori, che è stato anche al centro delle celebrazioni dei 190 anni di Mosnel, una delle più longeve e celebri cantine della Franciacorta, con i fratelli Lucia e Giulio Barzanò, quinta generazione a condurre l’azienda, che si sono chiesti come preservare ciò che è stato costruito in quasi due secoli. Nella tradizione della “casa” di Camignone, che ha contribuito a scrivere la storia del Franciacorta con Emanuela Barzanò Barboglio, la risposta non poteva che essere lungimirante. Dopo la degustazione verticale di EBB (dalle iniziali della madre a cui è dedicato questo Extra Brut) e di Parosé (annate 2008, 2010, 2016, 2019 in parallelo), nei giorni scorsi, si è parlato di memoria, responsabilità e futuro con il convegno “Agroforestazione. Alla ricerca della viticoltura del domani”, dedicato a un tema di grande attualità per salvaguardare la qualità delle uve e i vigneti stessi a fronte del cambiamento climatico. Tema che assume significati ampi e interdisciplinari guardando al vigneto non solo come luogo di produzione, ma anche di costruzione del paesaggio, di bellezza e di benessere dove trovare una dimensione emozionale di avvicinamento alla natura.
Agronomi, ricercatori e studiosi, riuniti a Camignone, hanno riflettuto su un modello, tra quelli pioneristici in Italia, che a Mosnel è realtà da oltre 10 anni. “Nei nostri vigneti - ha spiegato Giulio Barzanò - già insistono alberi e siepi disposti secondo criteri precisi e pratiche collegate alla tradizione familiare e all’insegnamento di nostra madre, che promuoveva coltivazioni biologiche rispettose, ancor più importanti oggi da tramandare alle nuove generazioni”. Tanto che “quell’attenzione alla natura è diventata per noi un’eredità morale e pratica - ha confermato Lucia Barzanò - e dopo 190 anni ancora lo stesso concetto tiene insieme tutte le nostre scelte: la ricerca dell’equilibrio che parte dal rispetto per l’ambiente. Tutto deve essere in armonia, dall’attenzione al vigneto, alla cantina, fino al bicchiere”.
Mosnel è una delle aziende che ha aderito alle attività di VitiSilva di Sata Studio Agronomico, che propone un approccio integrato tra agroforestazione e viticoltura rigenerativa. Sulla scorta di questa attività di Sata la Regione Lombardia ha finanziato un progetto omonimo che coinvolge le Università di Milano e di Modena e Reggio Emilia. L’obiettivo è di misurare e comprendere scientificamente i benefici della “viti-forestazione” su tre aspetti fondamentali: la biodiversità epigea, la mitigazione degli effetti dovuti alle mutazioni climatiche e la rigenerazione dei suoli in interazione con le pratiche colturali. Per 3 anni verranno monitorati microclima e fertilità dei suoli vicino ai filari alberati e ai singoli alberi in vigneto, con l’obiettivo di ottenere dati concreti e linee guida per il futuro.
Il paesaggio viticolo odierno è decisamente differente da quello di un tempo in cui i vigneti erano inseriti in ecosistemi complessi, ricchi di alberi, siepi e vegetazione varia. La vite è divenuta di fatto in moltissime aree monocoltura: una necessità dal punto di vista gestionale ed economico che, tuttavia, ha comportato la perdita di biodiversità e di interrelazioni con altri vegetali di cui oggi si sente la mancanza per gli aspetti legati alla mitigazione degli effetti del riscaldamento globale e per il contenimento di parassiti e malattie, e che trova nell’agroforestazione uno strumento “correttivo”. “Nei catasti medievali della Borgogna - ha ricordato Armando Castagno, critico enoico e scrittore, moderatore dell’incontro - su 1.200 climat storici almeno 90 sono denominati “Les Charmes”, termine che rimanda al carpino, albero un tempo presente nei vigneti e non come si potrebbe pensare al “fascino” del luogo. Oggi a ricordarci quella biodiversità perduta rimane solo la toponomastica come un fantasma di quell’antica promiscuità tra vite e ambiente arboreo”.
Ad approfondire il senso delle attività VitiSilva, la filosofia che lo guida e le sfide agronomiche da affrontare è stato Pierluigi Donna, uno dei fondatori, 36 anni fa, di Sata Studio Agronomico, aggregazione di agronomi ed enologi che lavora in continuo contatto con Università, spin-off e istituti di ricerca sui temi scientifici di stringente attualità, in particolare per il monitoraggio delle emissioni di gas serra e della biodiversità all’interno degli ecosistemi. “L’approccio alla ricerca deve essere umile: in campo aperto le interazioni tra fattori naturali sono infinite ed esponenziali - ha premesso Pierluigi Donna - mi viene in mente il principio di indeterminazione di Heisenberg (il fisico teorico tedesco, fondamentale per la nascita della meccanica quantistica, ndr): non possiamo conoscere tutto, dobbiamo accettare la complessità e adattarci. È il caso degli agrofarmaci che ci mettono di fronte a continue difficoltà. Cali di efficacia e adattamento dei patogeni ci ricordano che la natura risponde ad ogni pressione. L’aumento della biodiversità è nostro alleato, perché più individui vivono in un ambiente, meno spazio resta per parassiti e aggressori”. “Mentre esistono esempi di agroforestazione nelle colture tropicali, in cui la pratica è ormai consolidata, nel comparto viticolo gli esempi sono pochissimi e le linee guida praticamente inesistenti, quindi ogni progetto nasce come percorso di ricerca - ha spiegato Marta Donna, agronoma Sata - il nostro obiettivo è associare al vigneto elementi vegetali che non riducendo la produttività agiscano sulla mitigazione climatica, aumentino la fertilità dei suoli e la stabilità dell’ecosistema. Dobbiamo scegliere alberi con radici profonde, che favoriscano il recupero di umidità nei periodi siccitosi, senza competere con le radici della vite, che ombreggino i filari per per proteggerli dai colpi di calore, ma senza compromettere la qualità dell’uva”. Uno degli esempi all’azienda Mosnel è il “corridoio della biodiversità” a spirale con carpini e biancospini che favorisce il movimento di insetti, funghi e microrganismi utili tra diverse aree dell’azienda e che in futuro si collegherà anche ad altre aree verdi, come la siepe arbustiva composta da 56 specie. “Alla base di VitiSilva c’è anche una visione estetica e culturale - ha proseguito Pierluigi Donna - per esempio abbiamo scelto la spirale logaritmica nella disposizione delle essenze perché unisce natura e cultura: è presente nelle chiocciole, nella disposizione del semi di girasole, nei frattali e persino nelle galassie. È una figura fluida che rappresenta l’armonia naturale e matematica e contrappone la complessità alla semplificazione, riducendo l’impatto ambientale e aumentando la bellezza. Il filo conduttore del progetto è la volontà di migliorare l’ambiente e adattarsi ai cambiamenti climatici imparando dalla natura. Le scelte che facevamo 5 anni fa oggi non sempre sono valide: ogni stagione ci mette di fronte a condizioni nuove. Essere pessimisti non ci rende più intelligenti, ci rende solo più stanchi. Noi invece vogliamo continuare, con entusiasmo, a cercare soluzioni sostenibili e belle”.
Ricerca, biodiversità e bellezza non sono solo strumenti tecnici, ma costituiscono una filosofia di vita e di lavoro, capace di migliorare l’ambiente e lasciare alle generazioni future un patrimonio più ricco di quello ricevuto. “Credo che, oltre al miglioramento agronomico ed enologico, ci sia un aspetto altrettanto importante: le emozioni che suscita l’ambiente in cui siamo, vigneto compreso - ha detto, a questo proposito, Valperto degli Azzoni Avogadro, matematico e produttore di vino (Degli Azzoni Wines, ndr), raccontando poi due progetti intrapresi nella sua azienda marchigiana - abbiamo piantato su 5 ettari un vigneto etrusco, con vite maritata che si arrampica sugli alberi, e un bosco sostenibile di 20 ettari che protegge i filari e rappresenta uno spazio di benessere per la comunità. Le persone potranno goderne e ritrovare le proprie emozioni. Sono convinto che abbiamo bisogno di luoghi che ci avvicinino alla natura e a noi stessi. L’obiettivo è creare un ambiente replicabile, economicamente sostenibile e capace di migliorare il microclima locale. L’ottica di questi progetti deve travalicare le generazioni. Come gli architetti di cattedrali del Trecento, sappiamo che non vedremo la fine di ciò che costruiamo, ma vogliamo trasmetterne l’utopia ai nostri figli”.
A spiegare cosa succede dal punto di vista fisico, biologico e chimico quando si mette la vite insieme ad altre piante, è stato Giorgio Vacchiano dell’Università Statale di Milano, specializzato in gestione forestale sostenibile. “Esiste un principio ecologico molto importante, scoperto nel 1949, chiamato “ipotesi del gradiente da stress”. Significa che gli esseri viventi si trovano a convivere lungo un continuum di condizioni, da quelle più favorevoli a quelle più stressanti. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la competizione esiste soprattutto quando le risorse abbondano, mentre in condizioni difficili tende a trasformarsi in facilitazione, cioè nei meccanismi per cui gli esseri viventi contribuiscono al benessere reciproco. Non attribuisco intenzioni umane alle piante ma questo fenomeno esiste davvero e oggi viviamo tempi ecologicamente stressanti, con eventi meteorologici estremi. Temperature più alte, estati più lunghe, grandinate e piogge intense mettono la vite sotto stress, insieme ai viticoltori. Ogni grado in più anticipa la maturazione di 3-6 giorni. Gli effetti del caldo prolungato e della siccità sono evidenti: il calore concentra gli zuccheri, riduce gli acidi, altera il profilo fenolico e gli aromi del vino. Se la siccità è intensa, la vite chiude i suoi ‘boccaporti’ (gli stomi, ndr) per non disperdere acqua, ma così interrompe la fotosintesi e rischia di entrare in deficit nutrizionale: non muore di sete, ma può morire di fame. In questo contesto, l’agroforestazione offre soluzioni concrete. Gli alberi rinfrescano l’ambiente grazie all’evaporazione dell’acqua che sottrae calore, funzionando con lo stesso meccanismo per cui sudare ci raffresca, quindi distribuendo le piante in mezzo ai vigneti, possiamo ridurre lo stress termico. Inoltre, le viti potrebbero essere aiutate dal richiamo di acqua in superficie di notte da parte degli alberi, fenomeno che stiamo ancora studiando. Il ruolo della biodiversità è, invece, assodato: l’inerbimento tra le file protegge il suolo dall’erosione, aumenta la sostanza organica, quindi la capacità di trattenere acqua, crea corridoi ecologici per la fauna utile e limita la proliferazione dei parassiti. Molti di questi fenomeni sono invisibili agli occhi, ma sono misurabili e fondamentali per il futuro della viticoltura. Li monitoreremo nel corso di progetto VitiSilva della Regione Lombardia, progetto di interesse pubblico, e formuleremo raccomandazioni concrete”. Il progetto è concepito per proiettare i propri effetti anche oltre i confini aziendali e trae forza da competenze eterogenee. Discipline agronomiche, forestali e architettoniche dialogano con le scienze umane e della comunicazione, che operano come connettore strategico all’interno del gruppo di lavoro e aiutano a declinare i diversi progetti secondo le specificità dei contesti operativi locali.
“Luogo e bellezza sono i punti di partenza per ogni progetto architettonico - ha detto Willem Brouwer, architetto di origine olandese autore di importanti progetti anche in Italia - se si progetta ignorando il contesto, non si fa più architettura, ma semplice costruzione. Oggi la progettazione è un esercizio di creatività in cui integrare elementi naturali per rispondere a nuove esigenze e aspettative, soprattutto delle giovani generazioni, per le quali il benessere psicologico, sociale e ambientale conta più del solo comfort economico. Il “Bosco Verticale” di Milano, ad esempio, ha dimostrato che portare la natura nello spazio abitato offre un impatto positivo profondo. Si tratta non solo di inserire piante o alberi, ma di progettare luoghi di ascolto, attività e contemplazione, spazi che favoriscano la sensorialità e la rigenerazione”.
L’ambiente, infatti, influenza l’essere umano persino a livello neurale. “L’uomo moderno - ha spiegato Andrea Bariselli, neuroscienziato esperto di interazioni con l’ambiente - si è allontanato dal suo habitat originario. Abbiamo trascorso la maggior parte del nostro tempo evolutivo come cacciatori-raccoglitori; il nostro sistema cognitivo e fisiologico è ancora modellato sull’ambiente naturale, ma viviamo davanti agli schermi, riceviamo migliaia di stimoli al giorno e abbiamo perso il collegamento diretto con esso. Abbiamo barattato il contatto diretto con l’ambiente per la comodità moderna e questo ci priva di una parte della nostra identità biologica. Un cervello oggi esposto per dieci ore agli schermi e a 4000 notifiche quotidiane fatica a trovare benessere; in natura, invece, il volume degli stimoli è compatibile con ciò che siamo. Il nostro cervello reagisce ancora in modo ancestrale agli stimoli della natura, che riducono il carico cognitivo e generano benessere. Ecco perché basta una passeggiata in un bosco o l’incontro con una sorgente per sentirsi a casa. Studi dimostrano che alcune molecole rilasciate dalle piante restano nel nostro corpo per settimane, migliorando il nostro stato psicofisico. È necessario riflettere sulla necessità di vivere consapevoli della frattura del nostro tempo, tra un mondo che sta scomparendo e uno che fatichiamo ancora a comprendere”.
L’auspicio emerso nel finale dell’incontro è che in Franciacorta, come altrove, si possa superare la monocultura della vite nel segno di un’interpretazione allargata del terroir “aggiungendo la biodiversità ai tre fattori che lo definiscono: contesto climatico, genetica e uomo”, ha sottolineato Pierluigi Donna. Peraltro la definizione di terroir del 1999 parla non di interazione con l’uomo specificatamente, ma di un “sistema di interazioni” come quelle esistenti tra le viti e gli altri elementi naturali circostanti.
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