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“ALTO ADIGE WINE SUMMIT” 2021

Alto Adige, terra di grandi vini bianchi e di una diversità senza pari, che punta sulla zonazione

5.550 ettari di vigna preziosissimi, 20 vitigni, 150 tipi di suolo e ora 84 Unità Geografiche Aggiuntive, in fase di approvazione, per crescere ancora

5.550 ettari di vigneto, un fazzoletto di terra che rappresenta lo 0,7% del vigneto Italia. Eppure, l’Alto Adige del vino, da questo vigneto condotto da 5.000 viticoltori, che curano mediamente poco più di 1 ettaro a testa, riesce a raccontare una diversità incredibile, grazie a vigne che coprono un’altitudine che va dai 200 ai 1.000 metri sul livello del mare, e a 20 vitigni (con i bianchi che coprono il 64% della superficie, Pinot Grigio e Gewurztraminer in testa, seguiti da Chardonnay, Pinot Bianco e Suvignon Blanc, mentre i due vitigni rossi più coltivati sono gli autoctoni Schiava e Lagrain) che hanno sposato negli anni 150 diversi tipi di terreni (dal porfido vulcanico ai suoli di rocce metamorfica di quarzo e mica, dal calcare e dolomite alla marna sabbiosa). Un mix che - grazie al lavoro di 12 cooperative che da sempre fanno dell’altissima qualità il loro tratto distintivo (e che valgono il 70% della produzione totale), 62 cantine private (che producono 1 bottiglia su 4 dei vini dell’Alto Adige) e più 100 piccoli Vignaioli Indipendenti (che si dividono il 5% della produzione) - danno vita ogni anno ad oltre 40 milioni di bottiglie (il 98% Doc), che oggi, per la maggior parte, raccontano di un Alto Adige come terra di grandissimi vini bianchi, e di grandissima longevità.
Anche grazie ad una rivoluzione lenta ma decisa in vigna, partita dagli anni Ottanta del Novecento, e che si è raccontata, nel calice, all’“Alto Adige Wine Summit” 2021, andato in scena nei giorni scorsi, con la regia del Consorzio dei Vini dell’Alto Adige.
Che governa una terra dove la viticoltura è presente da prima del 500 a.C., come raccontano i ritrovamenti archeologici nel territorio, e che ha vissuto due momenti di svolta decisivi: il primo, nel 1850, quando ancora sotto Impero austroungarico, in Alto Adige, l’arciduca Giovanni d’Austria introdusse le varietà bordolesi, borgognone ed il Riesling.
L’altro, come detto, intorno al 1980, quando anche sotto la spinta di una crisi di mercato del vino rosso altoatesino, allora prevalente ma non di grande qualità, si innescò quel cambiamento orientato alla qualità e alla produzione bianchista, come raccontato, a WineNews, da una delle personalità più importanti della viticoltura altoatesina degli ultimi 40 anni, Hans Terzer, winemaker di una delle realtà di riferimento del territorio, come San Michele Appiano. “L’Alto Adige era nell’Impero Austroungarico fino alla Prima Guerra Mondiale, ed era uno dei pochi posti dove si poteva produrre il vino. Il vino bianco era poco consumato, si puntava soprattutto sul vino rosso, magari a bassa gradazione, perchè si produceva tanto, troppo. Ancora negli anni Settanta del Novecento si facevano 300 quintali di Schiava ad ettaro, era normale, mentre oggi siamo sui 100-120. Il vino bianco, magari, si beveva un bicchiere alla domenica, al ristorante, dopo la Messa, ma non era la normalità. Il bianco si è fatto strada dagli anni Ottanta, quando siamo riusciti a conquistare anche il mercato nazionale, perchè prima i nostri mercati erano Germania, Austria e Svizzera ed il mercato locale, che è rimasto importante. C’è stato un cambiamento quasi obbligato - spiega Terzer - perchè il sistema era in crisi: l’uva per i vini rossi veniva pagata poco, i vini erano di scarsa qualità, e pian piano abbiamo visto che la ricetta giusta era fare le cose in cui ci sentiamo forti, ovvero i bianchi, ed il Pinot Nero o il Lagrein in alcune zone. E, piano piano, ci siamo fatti un nome, una reputazione anche grazie alle guide italiane, che hanno spinto sia il mercato a conoscerci, sia noi produttori a lavorare meglio in vigna, ed è stato un processo di crescita durato 30 anni e che ancora deve andare avanti. Il segreto della grande qualità sta nel vigneto, e dobbiamo premiare, anche economicamente, i viticoltori che producono le uve migliori”.
E, nel futuro dell’Alto Adige del vino, i cui vigneti sono tra i più preziosi d’Italia (le quotazioni del Crea parlano di cifre che arrivano a 700.000 euro ad ettaro), ed il cui mercato, caso più unico che raro, è soprattutto nazionale (il 36% nello stesso Alto Adige, anche grazie ad una forte concentrazione di grandi ristoranti stellati e di alto livello, il 40% nel resto d’Italia, e poi l’estero, Germania in testa, dove finisce 1 bottiglia su 10), c’è proprio la valorizzazione ulteriore della qualità e della diversità del territorio. Ed è per questo che, alle già esistenti sottozone della Doc Alto Adige/Südtirol (Valle Isarco, Santa Maddalena, Terlano, Merano, Val Venosta e Colli di Bolzano), si sta lavorando alle Unita Geografiche Aggiuntive (Uga), con criteri stringenti. Ovvero aree delimitate con precisione estrema, il 100% delle uve provenienti dal Cru, che deve essere individuato anche grazie ad un clima e ad una conformazione geologica omogenea, dove possono essere coltivati solo alcuni vitigni, e con una riduzione delle rese del 25% rispetto al normale. 84, ad oggi, le Unita Geografiche Aggiuntive (Uga) già delimitate ed inserite nella domanda di modifica del disciplinare di produzione, che sta facendo il suo iter.
Ennesimo step di un territorio da sempre a suo modo all’avanguardia (qui sono nati due centri di ricerca agronomica e vitivinicola di grande rilievo internazionale, come l’Istituto Agrario San Michele, nel 1874, e la Fondazione del Centro Sperimentale Laimburg, nel 1975), e che, pur con un’identità forte e definita, ha saputo cogliere con tempismo le sfide di ogni tempo, e pianificare con lungimiranza il suo futuro vinicolo.
“Un fondamentale progetto per il nostro territorio, ad oggi sul tavolo di discussione a livello ministeriale - spiega Martin Foradori, vice presidente del Consorzio e produttore con la cantina Hofstätter, tra le più celebri del territorio - è l’introduzione della zonazione, ovvero le Menzioni Geografiche Aggiuntive (Mga): si tratta di un progetto di estrema importanza che darà un ulteriore impulso e ancora più legame ai nostri vini con la terra dove nascono. La zonazione rispecchia la nostra visione per i prossimi decenni della viticoltura altoatesina”.
“Abbiamo ben chiara la strada che vogliamo percorrere e per questo, attraverso l’Agenda 2030 (di cui abbiamo già parlato qui), ci siamo posti obiettivi concreti - ha aggiunto Andreas Kofler, presidente del Consorzio della Cantina Kurtatsch, altra cooperativa di riferimento dell’Alto Adige - e intrapreso un percorso che sappia promuovere e incentivare la sostenibilità, consapevoli che le misure definite nell’Agenda richiederanno un cambiamento di pensiero da parte di tutti gli attori coinvolti.
Da ultimo, un pensiero per la vendemmia 2021: se le condizioni metereologiche continuano come in queste ultime settimane, ci attende un’ottima annata e ne siamo particolarmente felici perché vediamo ripagato il grande e complicato lavoro di questi mesi. Non vogliamo già cantare vittoria, ma le condizioni per un’annata davvero unica che rimarrà nella storia ci sono tutte”.
Con un Alto Adige che guarda al domani anche grazie ad un mercato che sembra aver retto l’urto della pandemia: “in una congiuntura economica complicata, l’Alto Adige del vino - ha detto Eduard Bernhart, direttore del Consorzio - si è adoperato per mantenere il settore competitivo, in Italia e all’estero, sperimentando nuovi paradigmi di comunicazione e di vendita che oggi ci permettono di essere più forti, meglio preparati, più digitali, più social, più comunicativi, più adattabili e più dinamici che mai”.

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