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Barolo imbottigliato fuori (a Dogliani) dalla zona consentita: Pecchenino, presidente del Consorzio del Barolo, patteggia. Gli avvocati: “scelta necessaria per poter proseguire l’attività” con il dissequestro del vino (fonte: “La Stampa”)

La colpa, da dimostrare, sarebbe stata di aver imbottigliato Barolo fuori dalla zona consentita dal disciplinare (a pochi chilometri, nella cantina di Dogliani). Ma con 3 annate bloccate da sequestro, di fatto (la 2013, la 2014 e la 2015), la scelta è stata quella di patteggiare (4 mesi di reclusione con la condizionale per tentata frode in commercio e falso), per poter riprendere l’attività. Una vicenda come molte ce ne sono nel vino, ma che fa ancora più notizia perchè ad esserne suo malgrado protagonista è Orlando Pecchenino, presidente del Consorzio di Tutela del Barolo (insieme al fratello Attilio, coproprietario della celebre cantina di famiglia a Dogliani).
A riportare la notizia il quotidiano “La Stampa” (https://goo.gl/57Ceub). I fatti risalgono ad ottobre 2016, quando i fatti risalgono all’ottobre del 2016, quando i Nas di Alessandria effettuarono un controllo nelle due cantine dei fratelli Pecchenino a Monforte e Dogliani, contestando loro di aver effettuato operazioni di vinificazione e invecchiamento di varie annate di vino destinato a diventare Barolo al di fuori dalla zona di produzione.
La sentenza, riporta il quotidiano piemontese, ha stabilito che “entrambi compivano atti idonei consistiti in primis nel classificare come vino atto a diventare Barolo Docg 142,87 ettolitri di vino annata 2013, 168 ettolitri di vino annata 2014 e 150 ettolitri di vino annata 2015 in violazione al relativo disciplinare di produzione, poiché le operazioni di vinificazione delle uve nebbiolo da Barolo non erano state effettuate nel territorio tassativamente stabilito dal disciplinare di produzione”, bensì nella cantina di Dogliani. Inoltre, “attestavano falsamente in atto pubblico che la vinificazione delle uve nebbiolo da Barolo avvenissero presso la cantina ubicata in Monforte d’Alba affinché il vino ottenuto potesse acquisire la denominazione Barolo Docg”.
“La scelta di patteggiare è stata un compromesso al quale abbiamo dovuto sottostare per la sopravvivenza dell’azienda - dice l’avvocato Luisa Pesce del foro di Asti, che ha difeso i due fratelli - abbiamo rinunciato a presentare le nostre difese volte a dimostrare l’estraneità alle accuse, a vantaggio di rientrare nella disponibilità del prodotto per poter proseguire nell’attività”. Le tre annate, infatti, sono state dissequestrate e potranno essere regolarmente commercializzate in parte come Barolo Docg e in parte come Langhe Nebbiolo Doc.
Da capire, ora, se ci saranno ripercussioni sull’assetto del Consorzio del Barolo, in una vicenda che ha coinvolto una delle cantine più storiche del territorio.

L’azienda agricola Pecchenino, infatti, come si legge sul sito (www.pecchenino.it) nasce verso la fine del Settecento, ed è sempre stata a conduzione familiare e i poderi si sono tramandati da padre in figlio. La documentazione risale agli inizi del Novecento quando l’azienda condotta dal nonno Attilio contava poco più di 8 ettari. Dagli anni Settanta, quando l’azienda passa al figlio Marino e successivamente nel 1987 a conduzione dei figli Orlando e Attilio, sono stati acquisiti nuovi terreni e vigneti contando ora una superficie di circa 25 ettari di cui 22 siti nel Comune di Dogliani e 3 nel Comune di Monforte d’Alba. L’azienda è vitata per il 70% da Dolcetto e per la restante parte da vitigni Barbera, Nebbiolo, Chardonnay, Sauvignon blanc. L’azienda inoltre ha terreni nel Comune di Monforte d’Alba, una delle zone più vocate nella produzione del vino Barolo. In località San Giuseppe dove viene prodotto il cru “Le Coste” e in località Bussia dove verrà prodotto il cru “Bussia Corsini””.

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