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Con un export da record (+8%), il made in Italy agroalimentare trionfa nel 2024

Incassati 67 miliardi di euro sui mercati internazionali, ma con i dazi Usa ci sono nuove sfide all’orizzonte, secondo il Consorzio Italia del Gusto
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Export da record per l’agroalimentare italiano (ph. Consorzio Italia del Gusto)

Nel 2024 il made in Italy agroalimentare si è imposto sui mercati internazionali, con un export che ha raggiunto i 67 miliardi di euro (+8% sul 2023), di cui ben 57 miliardi sono rappresentati da prodotti trasformati del settore food & beverage (+9,5% a valore). Un risultato significativo che adesso dovrà fare i conti con l’introduzione dei dazi Usa annunciati da Donald Trump. Ai numeri italiani si è avvicinata solo la Spagna (+6%), mentre Germania e Cina hanno portato a casa mi +4%, gli Stati Uniti un +2%, mentre è praticamente rimasta invariata la Francia (+0,4%). I dati dell’indagine Nomisma sono stati presentati nei giorni scorsi a Milano dal Consorzio Italia del Gusto, realtà privata fondata nel 2006, che raggruppa oggi 38 delle più importanti aziende del settore alimentare italiano, per un fatturato aggregato di 25 miliardi di euro e 55.000 dipendenti.
Secondo l’indagine, la performance migliore l’hanno ottenuta i prodotti trasformati del food & beverage, il cui export è cresciuto a valore del +9,5%, con punte fino al +19% in Polonia. Restando nei primi 15 mercati (il cui peso sul totale arriva al 74%), altre importanti dinamiche di crescita dell’agroalimentare italiano si sono registrate negli Stati Uniti (+18%), in Australia (+16%), Canada (+15%), Giappone (+12%), Spagna e Austria (+11%). Meno brillante è stata la Germania (+6%), Paese alle prese con una recessione che sta impattando anche sui consumi alimentari, in particolare su quelli di importazione.
Invece, considerando solamente l’aggregato dei comparti food & beverage a cui appartengono le imprese del Consorzio Italia del Gusto (dai vini imbottigliati alla pasta, dai prodotti da forno ai derivati del pomodoro, dall’olio d’oliva ai formaggi), l’export italiano ha chiuso il 2024 con un +10,2% a valore, ricalcando sostanzialmente - in merito ai Paesi di destinazione - quanto fatto dalla media del settore. All’interno di questo paniere, i primi 5 prodotti che hanno registrato le crescite più alte a valore nell’export sono stati l’olio d’oliva (+44% rispetto al 2023), le acque minerali (+30%), le spezie (+23%), aceti e conserve ittiche (entrambi +19%).
Considerando l’intero complesso del food & beverage esportato dall’Italia, è importante evidenziare come i mercati esteri siano diventati sempre più importanti. Negli ultimi dieci anni, il valore dell’export è più che raddoppiato (+109%), toccando punte del +153% in Nord America. Oggi la principale area geo-economica di sbocco per i prodotti italiani è rappresentata dall’Unione Europea, che assorbe il 55% dell’intero valore delle esportazioni italiane, seguita dal Nord America (16%), e, a ruota, dai Paesi europei extra Ue (15%). Però, il Belpaese è ancora poco presente in Asia (9%), quasi inesistente in Africa, America Latina e Oceania (meno del 2% in ognuna di queste aree).
Con una popolazione in costante diminuzione e sempre più anziana, le imprese alimentari italiane trovano necessario rivolgersi ai mercati internazionali. Inoltre, dopo due anni di inflazione che richiamano gli anni ‘80 e una fiducia dei consumatori che fatica a ritrovare slancio, i consumi alimentari interni (escludendo le bevande alcoliche) nel 2024 sono ancora inferiori del 3% (a valori costanti) rispetto ai livelli pre-Covid, secondo il Consorzio Italia del Gusto.
Tuttavia, i mercati esteri non sono privi di sfide. Una delle principali preoccupazioni riguarda i nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti, uno dei principali sbocchi per l’export italiano di prodotti alimentari e bevande, insieme alla Germania, entrambi con una quota a valore del 14%. Negli Stati Uniti, il mercato di destinazione estera più importante per i prodotti alimentari italiani, vi è un’ampia gamma di eccellenze made in Italy: il 41% delle acque minerali, il 32% dell’olio d’oliva, il 30% degli aceti, il 26% dei liquori e il 25% dei vini imbottigliati fermi e frizzanti. La categoria dei formaggi è meno esposta (9%), sebbene all’interno di essa ci siano prodotti come il Pecorino Romano Dop, che deve agli Stati Uniti il 57% del valore delle sue esportazioni. “I dazi Usa - ha sottolineato Giacomo Ponti, presidente del Consorzio Italia del Gusto - potrebbero avere conseguenze pesanti: perdere quote di mercato significa compromettere anni di lavoro e investimenti. Ma il nostro obiettivo resta quello di rafforzare la presenza del made in Italy nel mondo, esplorando nuove opportunità e consolidando quelle esistenti”. Nel contesto dell’internazionalizzazione, risulta cruciale diversificare i mercati di sbocco. Attualmente, i primi 5 mercati esteri rappresentano il 51% dell’export italiano di alimenti e bevande. Anche altri Paesi europei come Francia, Germania e Spagna mostrano simili livelli di concentrazione (dal 45% della Germania al 50% della Spagna), ma, contrariamente all’Italia, nessuno di loro ha un’esposizione verso gli Stati Uniti così alta (solo il 3% per la Germania, il 6% per la Spagna e il 9% per la Francia).
Infine, considerando i Paesi che hanno registrato la maggiore crescita negli ultimi dieci anni e che oggi importano prodotti food & beverage italiani per almeno 150 milioni di euro, spiccano, all’interno dell’Unione Europea, Romania (+298%), Polonia (+277%) e Bulgaria (+250%). Fuori dai confini europei, emergono invece Filippine (+259%), Corea del Sud (+233%) e Messico (+208%).
“Questo momento è la dimostrazione di quanto il made in Italy sappia fare squadra. Le aziende del Consorzio rappresentano il meglio del nostro agroalimentare e insieme continuiamo a portare nel mondo i valori di qualità, tradizione e innovazione che ci contraddistinguono. È con questo spirito che abbiamo raggiunto risultati straordinari nel 2024 e con questo stesso spirito guardiamo al futuro, consapevoli delle sfide che ci attendono”, conclude Giacomo Ponti.

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