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Il tartufo italiano festeggia il riconoscimento Unesco con il +44% di export nel 2021

Le stime Coldiretti (su dati Istat). Risultato storico, nonostante un’annata scarsa in quantità, e con prezzi altissimi
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Il tartufo bianco di Alba (ph: Chuttersnap Via Unsplash)

La notizia del riconoscimento come Patrimonio Unesco per la “Cerca e cavatura del tartufo in Italia: conoscenze e pratiche tradizionali”, arrivata ieri, ha fatto il giro del mondo. Così come lo ha fatto il tartufo italiano stesso, che può festeggiare il riconoscimento con una crescita delle esportazioni del +44% nel 2021, secondo le stime Coldiretti su dati Istat. E, questo, nonostante una stagione particolarmente scarsa in quantità, che ha fatto schizzare i prezzi, in particolar modo nei territori più pregiati e famosi: secondo il Centro Nazionale Studi Tartufo, quello Bianco di Alba viaggia mediamente sui 4.800 euro a chilo (per pezzature da 15-20 grammi), mentre nelle Marche quello di Acqualagna si muove tra 2.100 e 4.000 euro al chilo, e quello di San Giovanni d’Asso (nel Comune di Montalcino) e delle Crete Senesi, secondo i cavatori, oscilla tra i 3.500 ed i 5.500 al chilo, a seconda della pezzatura, per citare alcuni dei distretti del tartufo più importanti.
“L’arte della ricerca del tartufo - precisa Coldiretti - coinvolge in Italia una rete nazionale composta da circa 150.000 cercatori, cavatori e appassionati insieme al più fedele amico dell’uomo. Una vasta comunità, distribuita nei diversi territori regionali italiani, che coinvolge in prima battuta la coppia cavatore-cane in un rapporto armonico tra il cavatore e la natura che è alla base della trasmissione di conoscenze e tecniche legate alla cerca e cavatura individuate come una pratica sostenibile”. Una risorsa anche economica ed occupazionale per le aree svantaggiate, dal Piemonte alle Marche, dalla Toscana all’Umbria, dall’Abruzzo al Molise, ma anche nel Lazio e in Calabria sono numerosi i territori battuti dai ricercatori.
“L’arte italiana della ricerca del tartufo entra nella lista Unesco del patrimonio culturale immateriale dell’umanità al fianco di molti tesori italiani già iscritti - continua la Coldiretti - dall’Opera dei pupi (iscritta nel 2008) al Canto a tenore (2008), dalla Dieta mediterranea (2010) all’Arte del violino a Cremona (2012), dalle macchine a spalla per la processione (2013) alla vite ad alberello di Pantelleria (2014), dall’arte dei pizzaiuoli napoletani (2017) alla Falconeria, all’“Arte dei muretti a secco”, ma non mancano neppure luoghi simbolo tutelati dall’Unesco come le Colline del Prosecco Docg e le faggete dell’Aspromonte e del Pollino”, ricorda la Coldiretti. Senza dimenticare, aggiungiamo, le Langhe patrimonio Unesco insieme a Roero e Monferrato, la Val d’Orcia con Pienza, Montalcino e Montepulciano, e tanti altri riconoscimenti che testimoniano una volta di più la bellezza dell’Italia, soprattutto dove l’uomo ha plasmato con saggezza e rispetto la natura.

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