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Langhe, l’Unesco presenta il conto: dopo il boom dei flussi turistici, i vincoli che limitano le ambizioni delle aziende. A WineNews il punto di vista di Giuseppe Rinaldi, Bruno Ceretto, Ernesto Abbona (Marchesi di Barolo) e Paolo Damilano

Quando l’Unesco, nel 2014, riconobbe il paesaggio di Langhe Roero e Monferrato patrimonio dell’umanità, il territorio da cui nasce uno dei più grandi vini d’Italia e del mondo, il Barolo, accolse la notizie con soddisfazione ed ottimismo, consapevole delle grandi opportunità che avrebbe portato. Dopo meno di tre anni, in effetti, i flussi turistici ed economici non fanno che confermare tali aspettative, ma nessuno, evidentemente, aveva ancora fatto i conti con i doveri: far parte di un sito Unesco, infatti, presuppone il rispetto di vincoli paesaggistici molto più stringenti di quelli previsti finora, ed a fare i conti con la realtà, per prima, è stata la sindaca di La Morra, Marialuisa Ascheri, che, come ha ben raccontato Roberto Fiori sulle pagine de “La Stampa”, ha presentato nei giorni scorsi il nuovo piano regolatore del Comune, pensato nel rispetto di tutti i vincoli a tutela del territorio indicati dall’Unesco (prevedendo, ad esempio, l’estensione a tutti i vigneti dei vincoli finora previsti solo per i cru di pregio, ma anche limiti importanti all’ampliamento aziendale, ndr). Una proposta che ha fatto discutere, specie nel mondo produttivo, tra critiche, anche aspre, distinguo e qualche plauso.

Che la questione sarebbe stata ben più complessa delle attese, del resto, lo aveva anticipato già un anno fa, in un’intervista a WineNews, un decano dei produttori di Barolo come Giuseppe Rinaldi, in un lucido parallelo con il territorio di Montalcino, e quindi del Brunello, all’interno del grande sito Unesco della Val d’Orcia già dal 2004. Focalizzando la propria analisi su un aspetto fondamentale, il valore del paesaggio e della sua tutela. “La zona del Brunello, e quindi di Montalcino, ha mantenuto un aspetto più agreste e bucolico - racconta Rinaldi - che qui in Langa. Non esiste una monocoltura così imperante come sulle nostre colline, dove c’è stato un vero e proprio assalto: la perdita di tanto noccioleto e tanto frutteto è grave, perché la monocultura esasperata è un impoverimento, naturalmente dal punto di vista paesaggistico, ma anche da quello culturale, nel senso che si perdono esperienze, oltre che dal punto di vista biologico naturalmente. Forse il territorio del Brunello - continua “Beppe” Rinaldi
Parole, quelle di Giuseppe Rinaldi, che suonano più attuali che mai, e che si legano armoniosamente a quelle di un altro grande nome delle Langhe e di La Morra, Bruno Ceretto, fermo nelle sue idee, così come nell’appoggiare il Piano Regolatore della sindaca Ascheri. “L’Unesco deve farci capire che dobbiamo avere delle regole particolari sulla protezione del paesaggio, soprattutto quando si parla di nuove costruzioni, e dobbiamo adattarci a questi regolamenti se vogliamo continuare ad essere Patrimonio Unesco. In questa cornice, il sindaco del Comune di La Morra - spiega Bruno Ceretto a WineNews - ha intelligentemente accettato di fare da apripista con il progetto del nuovo Piano Regolatore, che segue le linee guida dettate dalle regole dell’Unesco: è meritevole che un sindaco inizi un percorso di questo genere, ma sia la popolazione che i produttori di vino non sono molto d’accordo, e l’hanno espresso in maniera netta. Però, nessuno dice di impedire la crescita delle aziende, ma dobbiamo salvaguardare la bellezza. C’è la possibilità, non democristianamente, di mettersi d’accordo tutti insieme, come abbiamo sempre fatto, senza però prescindere dal rispetto delle regole. Accettandole avremo dei miglioramenti, dei vantaggi, ma non sarà facile: nella riunione aperta alla cittadinanza è emersa una certa contrarietà. Il problema - aggiunge Ceretto - è che questa terra, nella quale lavoro da 60 anni, l’abbiamo fatta diventare ricca troppo in fretta, e quando ci si arricchisce velocemente poi si esigono privilegi, che invece vanno discussi, proteggendo sempre il paesaggio. Il punto è che se per far crescere le aziende bisogna togliere delle vigne, allora non abbiamo capito niente. La Borgogna è lunga 250 chilometri, è la prima zona al mondo per la produzione di vini di qualità, e negli ultimi 250 anni non hanno cambiato niente, hanno protetto e difeso ciò che avevano. Non è obbligatorio fare una cantina dove c’è una grande vigna: ci sono dei prati enormi intorno a La Morra su cui costruire, non serve avere la cantina sotto casa. L’importante è che non tolgano filari nelle vigne importanti, altrimenti cosa andiamo a vendere se allarghiamo le aziende per proteggere un trattore dalla pioggia ed espiantiamo due filari? Non avrebbe senso. Bisogna rispettare le regole se vogliamo lasciare ai nostri figli un paesaggio eccezionale, sono terreni, al di là dei prezzi esorbitanti raggiunti, per noi non è un business, è la vita quotidiana, soltanto la vigna ci dà il lavoro e l’uva da cui produciamo il vino con cui andiamo in giro per il mondo. Per me - conclude Bruno Ceretto - il sindaco di La Morra è una persona che si batte per dei valori, per difendere davvero il territorio ed i nostri vigneti”.

Diverso il punto di vista offerto a WineNews da Ernesto Abbona, a capo della Marchesi di Barolo, legittimamente preoccupato di limitazioni che, potenzialmente, rischiano di tarpare le ali a chi ha spazio e modo per crescere, nella consapevolezza che in termini di tutela non si è fatto abbastanza negli anni passati. “Penso che prima di tutto occorra utilizzare l’esistente, senza sprecare altro suolo: edifici, spazi, aree che sono stati trascurati nel tempo. E poi, oggettivamente, se ci sono delle attività produttive - spiega Ernesto Abbona - impedirne la crescita mi sembra un po’ eccessivo, bisogna favorire una crescita che sia in linea con i vincoli che ci siamo posti. Però, di sicuro bisogna impedire la costruzione di altre ville, che nelle Langhe sono diventate decisamente troppe: in quel caso è consumo di suolo del tutto slegato alla crescita produttiva, è solo crescita residenziale. Farei un discorso complessivo, ricordando però che è stata la crescita produttiva la principale artefice dello sviluppo di quest’area, e questo è incontrovertibile: la capacità di chi ha coltivato queste colline ha creato un reddito, e grazie a questo reddito un interesse per il territorio e dei flussi turistici. Secondo me - continua Abbona - ci sono dei cardini che determinano anche delle soluzioni e degli orientamenti. Ragionerei in questi termini: prima utilizzare le aree dismesse e le attività che non sono più in funzione, e ce ne sono, e poi dare la possibilità alle aziende agricole, così come ai ristoranti ed agli alberghi, di avere una crescita che sia conforme ai principi che ci siamo dati. Ci deve essere una crescita ordinata, ed è per quello che esistono le persone e la loro capacità di incontrarsi e darsi delle regole: pensare che tutto debba essere cristallizzato così com’è è eccessivo, ci sono delle situazioni su cui è possibile intervenire, anche in senso migliorativo. Non sempre un intervento edilizio deturpa, a volte qualifica: pensiamo ai castelli e alle chiese, magari quando sono stati costruiti erano persino fuori scala, si tratta di ragionare in termini di salvaguardia del territorio e rispetto delle regole che ci siamo dati, oltre che di condivisione di un progetto. Del resto - conclude Ernesto Abbona, quinta generazione alla guida della Marchesi di Barolo - esiste già una commissione paesaggistica che decide sulle richieste, legittime, presentate da imprenditori e residenti: non vedo il motivo per cui dividersi, delle norme esistono già”.

Sulla stessa lunghezza d’onda un altro big di Langa, Paolo Damilano, a capo dell’omonima griffe, che a WineNews spiega di essere “chiaramente per dare la possibilità a noi produttori di investire e di migliorare le nostre aziende, ma è ovvio che tutto questo debba essere fatto in parallelo con un miglioramento del territorio. Specie adesso, che c’è una generazioni di giovani produttori molto intraprendenti e capaci: che sia sotto il cappello del Patrimonio Unesco o meno, è importante darsi delle regole ben precise che, però, non devono diventare limiti a quella che è la libera intraprendenza degli imprenditori. Bisogna fare attenzione, perché lo stile ed il gusto devono trovare il consenso della maggioranza. Il mio è un punto di vista in equilibrio, ma più propenso al rispetto delle regole, che però non devono tarpare le ali all’iniziativa privata, riuscendo a trovare un elemento comune da un punto di vista stilistico e di presentazione del nostro territorio al mondo. E non bastano le regole che già abbiamo - puntualizza Damilano - perché hanno generato comunque degli errori: non so se riusciremmo a darci delle regole fuori dai vincoli Unesco diverse da quelle vigenti, che, ripeto, hanno prestato il fianco a degli errori che ritengo importanti. Io stesso, nel momento in cui dovessi portare avanti un nuovo progetto, sarei ben felice di condividerlo con una commissione o con gli altri produttori: in Langa, quando si fa qualcosa lo si deve fare con la massima condivisione, perché ha ricadute su tutti noi”.

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