“Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, e poi sono nato fesso”, cantava Francesco Guccini in uno dei sui pezzi più celebri, “L’Avvelenata”. Una dichiarazione d’amore semplice e sobria, come semplice era, al di là della leggenda - e dell’immagine oggi quasi “ancestrale”, nell’epoca del “politically correct”, del fiasco sul palco - il suo rapporto con il vino. “Che è un fatto culturale”, aveva detto in un’intervista a WineNews di ormai dieci anni anni fa, raccolta nel 2016 al festival “Collisioni” a Barolo, sottolineando che “il vino è una delle leggende che mi trascino dietro, perché ne ho parlato nelle mie canzoni. Lo adoro, lo bevo volentieri, mi piace, ma non sono né un bevone né un ubriacone, questo sia chiaro”. Un Guccini anche “gastronomo”, visto che, in un’altra intervista realizzata per un suo concerto a Montalcino, nel 2009, dove già parlavamo di come stava cambiando il vino, dalle “Osterie di fuori porta” ai “wine bar”, ci confessò di non avere un vino preferito, perchè “dipende da cosa si mangia, dall’occasione, dalla regione in cui ci si trova”. Eppure il vino è presente in tante della poesie in musica, quali sono le canzoni del cantautore, scomparso oggi a Pavana, nell’Appennino Pistoiese dove lui, “modenese volgare”, come cantava in “Bologna”, ha passato gran parte della sua vita.
Quel vino che è il “rosso saggio” a cui “chiedi i tuoi perché” in “Un altro giorno andato”, o è quello da “neutralizzare” con “il caffè della stazione” nella “Canzone delle Osterie di fuori porta”. O ancora, ne “Il Frate”, il nettare di Bacco dà sapore a “quelle sere d’estate” che “sapeva di vino e di scienza”, è “il vino che muove i ricordi”, e che dà il là a conversazioni dotte, perché, “dopo un bicchiere di vino e frasi un po’ ironiche e amare, parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer”. “Eppure fa piacere a sera andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie”, canta ancora Guccini nella “Canzone di notte n. 2”, per cui il vino è anche “un po’ di rosso routine dentro al bicchiere”, come dice in “Scirocco”. E “per fortuna che il vino non manca e cancella la vigliaccheria” in Cristoforo Colombo, e ancora ci sono “le notti che dal vino son bagnate” in “Dio è morto”. E ancora c’è il vino con il suo abuso ed i suoi effetti nefasti ne “L’Ubriaco”, ma c’è anche il vino che è festa e convivio in “Farewell”, dove gli amici si ritrovano “attorno ai tavoli pieni di vino”. Con Guccini cantore anche “dell’agricoltura” che scandiva la vita delle persone, nella “Canzone dei 12 mesi”, in cui, parlando proprio di agosto, mese che lo vede, in questo 2026, lasciare questa terra, racconta di come “mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore”.
Solo alcune, queste, delle possibili citazioni di Guccini legate al vino. Come “una chitarra e un bicchiere di vino”, canta ancora Guccini nella sua “L’Osteria dei Poeti”. E con una chitarra e un bicchiere di vino di piace ricordare Francesco Guccini, che in “Addio” si definiva “non artista, solo piccolo baccelliere”, ma che per noi è stato uno dei più poetici, acuti e sinceri cantori del vino, nei suoi mille significati e nella quotidianità di un’Italia che non c’è più. E non possiamo che salutarlo con uno dei suoi versi, ancora dalla “Canzone di Notte n. 2”, per un ultimo brindisi: “e un’altra volta è notte, e suono, non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo. E voglio in questo modo dire “sono”, o forse perché è un modo, pure questo, per non andare a letto. O forse perché ancora c’è da bere, e mi riempio il bicchiere ...”.
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