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Premium wine: il caso Lvmh, che chiude il bilancio 2017 in crescita del 13%, ma non grazie a vino e superalcolici, fermi al +5%. E il +10% del primo trimestre 2018 è una chimera, legata alla fluttuazione dei tassi di cambio e non ad una vera crescita

Nel mondo del vino, ci sono categorie che fanno storia a sé, seguendo logiche che si discostano dal resto della categoria. Come gli sparkling, quando si parla di largo consumo, ed i premium wine, l’élite enoica che segue dinamiche tutte sue, in un andamento non sempre lineare. Come dimostrano, ad esempio, i fatturati 2017 del comparto vino del più importante gruppo del lusso al mondo, Lvmh, che comprenda brand del vino come Moët & Chandon, Dom Perignon e Krug tra gli Campagne, Château d’Yquem e Château Cheval Blanc a Bordeaux e maison in Sud America, Asia e California. In totale, il bilancio del gruppo ha segnato entrate per 42,6 miliardi di euro (+13% sul 2016), con i ricavi del comparto wine & spirits sopra i 5 miliardi di euro: +5% sul 2016, trainato dai suoi mercati principali, Usa e Cina, e dalle sue cuvée di prestigio. Una crescita, quella di vino e superalcolici, decisamente inferiore agli altri segmenti di Lvmh. È l’unica categoria merceologica con il segno più ad una sola cifra, e l’inizio del 2018 non è incoraggiante come potrebbe sembrare: nei primi tre mesi dell’anno i marchi del wine & spirits hanno fatto segnare una crescita del +10%, in linea con il +13% complessivo, figlia del +1% dei volumi di Champagne e del +5% delle vendite di Hennessy Cognac, ma è la fluttuazione dei tassi di cambio a spingere in alto i fatturati, non un reale aumento delle vendite.

Info: www.lvmh.com

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