Tra i tanti gli spunti di riflessione emersi nel corso di Vinitaly 2026, sul presente e il futuro del vino italiano, e quindi su come uscire dalle difficoltà e trovare le strategie per costruire, sin da subito, una nuova direzione, quello emerso al padiglione Emilia-Romagna, da “Quotidiano Nazionale” presso la spazio Cantina Qn, un appuntamento del ciclo “Qn Distretti”, dal titolo “Vite al limite: navigare la tempesta perfetta del vino italiano”, in cui sono intervenuti Carlo Flamini, responsabile dell’Osservatorio del vino di Unione Italiana Vini (Uiv); Davide Frascari, presidente dell’Enoteca regionale Emilia-Romagna; Marco Martincich, regional director Nordest di Sace; Filippo Polegato, vice presidente di Unione Italiana Vini e Vera Veri, chief investment officer di Simest.
Flamini ha fatto un excursus sullo stato dell’arte del comparto. “Il vino vive nel mondo - afferma Flamini - e il mondo negli ultimi anni è stato un saliscendi, dal Covid all’inflazione, dalla crisi in Ucraina a quella in Medioriente: sono tutte dinamiche che incidono sulla vita quotidiana delle persone e sulla spesa sul vino che non è un bene di prima necessità, non lo è più”. Tutto ciò, per Flamini, “va ad impattare sul supermercato e quando andiamo al ristorante. Lo vediamo bene in Italia dove, a parte la spumantistica che è in una fase ancora espansiva, sui vini fermi e frizzanti siamo in calo da molti anni, da quasi un decennio. Gli Stati Uniti, prima ancora dell’arrivo dei dazi, hanno iniziato ad abbassare i consumi, sono cinque anni che si va giù ogni anno del 5%. L’Italia, a parte il Prosecco, è ormai in una dinamica negativa. Quindi, siamo in una fase di cambiamento strutturale dei consumi, più negativo che positivo nei volumi e sono cambiati gli stili di consumo. In Italia negli anni ’60 e’ 70 del Novecento bevevamo 100 litri pro capite, adesso siamo arrivati a 35, vuol dire che ogni generazione che si è succeduta consuma meno vino rispetto a quella precedente. Non è colpa dei giovani, perché sono di meno in Italia, facciamo meno figli, c’è un’incidenza degli anziani più alta. I trend del salutismo, delle campagne anti-alcool incidono”. Flamini ha aggiunto che “l’Italia a livello produttivo ha continuato a produrre le sue quantità, non si è mai posta il problema. Per il futuro quello che suggeriamo è di dare un’occhiata seria al potenziale produttivo, ci sono degli strumenti in atto per calmierare, dove necessario, la produzione, per arrivare così ad una dinamica abbastanza lineare che va a beneficiare sui prezzi alla produzione”. E quindi, per il responsabile dell’Osservatorio del vino di Unione Italiana Vini, “nei prossimi anni bisogna ragionare su come arrivare sui mercati magari con un’offerta più limitata ma di maggior valore aggiunto. L’Italia vende una media di circa il 17% di vini premium sul portafoglio, se noi riuscissimo a portare questa quota almeno del 20% riusciremmo a calmierare quella dinamica di caduta del valore a cui andremmo incontro. Producendo tanto, quella zavorra che hai non è inerte. Siamo stati, a livello di mercati, abbastanza bulimici, ora si corre il rischio di restringerci andando solo negli Stati Uniti. Dovremmo cambiare l’approccio al mercato, i primi posti dove potrebbero esserci le opportunità sono la Cina a cui abbiamo smesso di guardare. E dove è riemerso il “consumo reale”, che è molto più ristretto, ma dove sono in crescita i vini bianchi e stanno emergendo gli spumanti. C’è un’opportunità straordinaria, così come di riflesso nel Sud Est asiatico. Bisogna smettere di crescere aggiungendo bottiglie ma farne qualcuna in meno con un po’ più di valore sopra”. Qual è il viaggio del vino per il futuro? Per Flamini “deve essere quello di andare ad esplorare le persone, che sono molto diverse all’interno delle geografie. I vini italiani negli Stati Uniti sono quasi tutti venduti al Nord Est, manca tutta la parte da esplorare dei latini, degli ispanici, della Nuova America. Dobbiamo fare un lavoro di interpretazione e di adeguamento, non si può coprire tutto ma cercare la propria nicchia e coltivare quella. Le nicchie, a volte, salvano interi patrimoni”.
Per Filippo Polegato, vice presidente dell’Unione Italiana Vini, “per le aziende è fondamentale capire il palato del consumatore finale e, a livello culturale, le varie diversità non solo di gusto ma anche di etnie. Produrre di meno ma meglio”.
Marco Martincich, regional director Nordest di Sace, ha evidenziato che “il mercato totale del vino vale 360 miliardi di dollari nel 2025, 370 miliardi di dollari sono previsti per la fine di quest’anno e 440 miliardi di dollari nel 2031. C’è una partita da giocare per il vino italiano, le direzioni sono continuare ad insistere sulla qualità, diversificare. Oggi non vince chi esporta di più ma chi esporta meglio”. Vera Veri, chief investment officer di Simest, ha detto che “vale molto la ricerca, l’innovazione di prodotto, ma anche il consolidamento”. E quindi “fare massa, aggregazioni tra società, acquisire quote di mercato ed essere competitivi a livello internazionale nonché valutare anche acquisizioni all’estero così come ha fatto Antinori”, il tutto per “cercare di entrare in modo un po’ più incisivo nei mercati internazionali”.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026