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TERRA MADRE SALONE DEL GUSTO

1.000 specie vegetali e animali a rischio estinzione in Italia sono tagliate fuori dal mercato

Anabio-Cia: dai frutti dimenticati ai grandi antichi ritenuti poco attrattivi dalla gdo, sono un tesoro nascosto da 10 miliardi di euro l’anno
ANABIO, BIODIVERSITÀ, Cia, Non Solo Vino
I frutti antichi e dimenticati salvati in Umbria da Archeologia Arborea

Tutelare la biodiversità agricola ha un valore ambientale ed economico e può contribuire a creare filiere ecosostenibili, efficienti e competitive. Le oltre 1.000 specie vegetali e animali oggi a rischio estinzione in Italia, tagliate fuori dalla gdo perché ritenute finora poco attrattive per il mercato, sono in realtà un asset che può valere almeno 10 miliardi di euro l’anno: un tesoro potenziale per il made in Italy agroalimentare e per il turismo. Parola di Cia e Anabio, dal workshop “Più valore agli agricoltori dalla coltivazione della biodiversità” a Terra Madre Salone del Gusto a Torino, dove gli agricoltori italiani hanno portato tre casi di successo imprenditoriale nati dal recupero di prodotti autoctoni dimenticati nel Nord, Centro e Sud Italia, testimonial di una nuova teoria che punta sulla biodiversità, anche in termini di creazione di valore aggiunto e sviluppo di filiere virtuose: l’allevamento biodinamico con razze locali di Raffaella Mellano (Piemonte), l’Archeologia Arborea per la salvaguardia dei frutti antichi di Isabella Dalla Ragione (Umbria), e la custodia e il rilancio dei grani antichi di Gea Turco (Sicilia).
L’agricoltura italiana, è emerso, continua a perdere terreno, minacciata costantemente dall’avanzata del cemento, che solo negli ultimi 20 anni ha divorato più di 2 milioni di ettari coltivati. Un furto di suolo agricolo che procede a ritmi vertiginosi: circa 10 ettari l’ora, quasi 2.000 alla settimana e oltre 8.000 al mese, calpestando quotidianamente paesaggio e terreni produttivi. E a rischiare più di tutti gli effetti negativi di questo trend sono proprio gli oltre 5.000 prodotti agroalimentari tradizionali, che per volumi ed estensione territoriale non rientrano tra quelli tutelati a livello Ue dai marchi Dop e Igp, ma rappresentano veramente la storia e la ricchezza dell’agroalimentare italiano.
Queste migliaia di specialità della terra sono attualmente coltivate da poche aziende agricole, che ne custodiscono la memoria, di cui una su 4 è appunto a rischio scomparsa. Si pensi solo al cece nero della Murgia, alla castagna ufarella casertana, all’aglio di Caraglio o al formaggio Rosa Camuna della Valcamonica. Tutte antiche specialità, riscoperte e portate avanti da agricoltori-custodi, che - valorizzate e riadattate agli attuali modelli di business - potrebbero creare valore aggiunto e indotto, doppiando il giro d’affari del turismo enogastronomico italiano (5 miliardi di euro). Due esempi di varietà che hanno avuto una seconda vita sono le pesche tabacchiere (scartate in passato perché scomode da sbucciare) tornate sui banchi dei mercati e il grano Timilia (anche chiamato Tumminia o Triminia), soppiantato per decenni da varietà più proteiche e ora tornato alla ribalta, con il benestare dei nutrizionisti, per il basso contenuto di glutine.
La tipicità è l’aspetto più caratterizzante dell’agricoltura italiana, per cui il legame tra territorio e prodotto è fondamentale. Per questo per Cia e Anabio tutelare la biodiversità è un dovere, ed ecco perché chiediamo alle Istituzioni di finanziare, con risorse aggiuntive, progetti di partenariato territoriali, e investimenti a favore di imprenditori agricoli che conservano e valorizzano la biodiversità agricola.

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