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BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA

“Il vino è il canto della terra verso il cielo”: parole, sincere ed anarchice, di Luigi Veronelli

In un tempo di classifiche e punteggi, la raccolta dei suoi scritti “Ode al vino e all’anarchia” restituisce al vino la sua dimensione più autentica

Il vino non è soltanto il risultato di una fermentazione o l’espressione di un vitigno. Prima ancora di arrivare nel calice è un paesaggio, una stagione, il lavoro di chi coltiva la terra e la storia di un territorio. Raccontarlo significa, allora, andare oltre le caratteristiche organolettiche e interrogarsi sulle persone, sulle tradizioni e sui valori che ogni bottiglia custodisce. È proprio questa la prospettiva che troviamo in “Ode al vino e all’anarchia”, volume dedicato al pensiero di Luigi Veronelli, il maestro del giornalismo enogastronomico italiano, e pubblicato in occasione del centenario della nascita di uno dei più importanti interpreti della cultura del vino in Italia. Giornalista, editore e divulgatore, “Gino” Veronelli (scomparso a Bergamo nel 2004) ha rivoluzionato il modo di comunicare di vino nel Belpaese. E non solo.
Luigi Veronelli preferiva definire la sua materia “cultura e coltura enoica”, un’espressione che racchiude perfettamente la sua idea: il vino non può essere separato dalla terra da cui nasce né dalle persone che la lavorano. Nel corso della sua lunga carriera ha firmato guide, saggi e pubblicazioni diventate punti di riferimento per il settore, affiancando all’attività editoriale un costante impegno nella difesa dei piccoli produttori e delle identità territoriali.
“Ode al vino e all’anarchia” (Elèuthera Edizioni, luglio 2026, pp. 184, prezzo di copertina 16 euro) raccoglie questa visione attraverso una selezione di scritti che restituiscono il pensiero di Veronelli nella sua forma più autentica. Il titolo unisce due parole che potrebbero sembrare lontane, ma che nelle sue pagine trovano un significato comune: il vino diventa il simbolo di un legame profondo con la terra, mentre l’anarchia rappresenta la libertà di pensiero, il rifiuto dell’omologazione e la volontà di difendere l’autenticità contro ogni standardizzazione. Per Veronelli i prodotti della terra non erano semplici merci, ma strumenti attraverso cui comprendere un luogo, la sua storia e le comunità che lo abitano. Da questa convinzione nasce anche la sua critica all’agroindustria e ai modelli produttivi che rischiano di appiattire le differenze, cancellando le identità dei territori. Al centro del suo pensiero rimane sempre il vignaiolo, custode di un sapere che si tramanda nel tempo e protagonista di un rapporto diretto con la natura.
Anche il linguaggio riflette questa visione. Tra arcaismi, neologismi e immagini poetiche, Veronelli costruisce una narrazione capace di rimanere concreta, perché ogni riflessione torna sempre alla terra e a chi la coltiva, con una scrittura che cerca di raccontare il valore culturale e umano del vino.
A distanza di anni, il pensiero di Luigi Veronelli continua a parlare al presente. In un tempo in cui il vino è spesso raccontato attraverso classifiche, punteggi e logiche di mercato, “Ode al vino e all’anarchia” invita a recuperare uno sguardo diverso, più attento alle persone, ai territori e alla libertà di custodire ciò che rende ogni bottiglia irripetibile. Un invito che supera il mondo del vino e diventa una riflessione sul valore dell’autenticità e sul rapporto, mai scontato, tra l’uomo e la terra.
“Scrivo di vini e di cibi alla continua “presenza” dell’uomo. E non rimpiango affatto di aver abbandonato la già intrapresa via della speculazione filosofica, giacché i vini e i cibi riguardano nel modo più diretto possibile l’uomo e la vita. Quando assaggio un vino, io sento tutto quello che è successo in quella terra dove è nato, tra quella gente che l’ha coltivato, tra quelle mani che l’hanno toccato. Perché il vino è il canto della terra verso il cielo”. Parole, le più famose, di Luigi Veronelli.

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