Discount di alimentari in crescita (4.145 in totale, +7,4%), ipermercati stabili (1.224, +1,6%), ma anche meno supermercati (16.027, -3,6%) ed un calo evidente per i piccoli negozi alimentari (75.982, -17,9%) ed i minimercati (22.043, -17,9%) in un arco di tempo che va dal 2018 al 2025. Discount che sono quelli che hanno reagito meglio all’andamento del mercato e alle esigenze della società, come dimostrano i dati su fatturato, forza lavoro e nuove aperture; ipermercati che, invece, iniziano a sentire la fatica della loro “non prossimità”, mentre i supermercati, nonostante la loro presenza si sia ridotta, hanno visto crescere fatturato e forza lavoro. E poi i piccoli negozi che, malgrado il forte calo numerico, crescono di fatturato e come numero di addetti per singola attività, confermando, di fatto, la loro importanza come baluardi di prossimità in un trend che sta premiando la specializzazione. Attività legate al comparto alimentare che, al di là delle loro dimensioni, ovviamente “vivono” dei consumi delle persone che stanno cambiando, a causa anche di un calo demografico marcato e dell’evoluzione dei ritmi della società, tanto che il commercio online è sempre più incisivo e in ascesa. Questa è l’evoluzione della “geografia” della spesa in Italia, analizzata da WineNews, nel primo “Rapporto Confcommercio sul commercio in Italia”, presentato, oggi a Roma. Uno studio che, a livello generale, afferma come il “commercio al dettaglio italiano sta attraversando una profonda trasformazione: la rete dei punti vendita si riduce, mentre le imprese diventano più grandi, più strutturate e più produttive”.
I discount alimentari, nel panorama delle insegne, rappresentano il segmento più dinamico: il numero dei punti vendita cresce del 7,4%, mentre il fatturato risulta più che raddoppiato (+101,1%), un dato che riflette la crescente attenzione delle famiglie al contenimento della spesa in un periodo in cui, tra il 2018 e il 2025, i prezzi al consumo sono aumentati del 19,8%. Il ridimensionamento della rete commerciale non si è comunque tradotto in un analogo calo dell’occupazione, al contrario, in diversi comparti si osserva una crescita degli addetti nonostante il calo dei punti vendita. Gli ipermercati, cresciuti numericamente dal 2018 al 2025, hanno perso il -12,3% di addetti (85.701 è il totale nel 2025), i supermercati (241.464 addetti), invece, in questa voce, sono cresciuti del +8,3%, ma sono ancora una volta i discount alimentari a fare il balzo percentuale più grande (+51,2%) con 54.492 addetti. E se i piccoli negozi alimentari, con 172.815 addetti nel 2025, hanno visto un calo del -7% sul 2018, registrano, però, una crescita negli ultimi 7 anni degli addetti per unità locale pari al 13,3% e, quindi, 2,3 addetti per attività. Numeri, ovviamente, inferiori a quelli degli ipermercati (70 addetti, ma in calo del -13,6% dal 2018 al 2025), supermercati (15,1 addetti, +12,4%) e discount (13,1 addetti, +40,8%). “Ciò conferma - spiega il rapporto - come la razionalizzazione della rete distributiva non implichi necessariamente una perdita di capacità occupazionale, ma piuttosto una sua riallocazione verso operatori più strutturati”.
In un contesto di generale incremento della scala operativa dei punti vendita, “le principali eccezioni sono rappresentate dal comparto dei carburanti e tabacchi (-11,1% addetti per unità locale) e dagli ipermercati, che evidenziano una riduzione della dimensione media dei punti vendita (-13,6%). Quest’ultimo caso risulta particolarmente significativo, poiché testimonia il progressivo ridimensionamento del modello distributivo fondato sulle grandissime superfici di vendita, sempre meno in grado di rispondere alle esigenze di prossimità dei consumatori anche in ragione della loro localizzazione, generalmente più distante dai centri urbani. Si tratta di una tendenza che si inserisce in un processo già osservato in diversi Paesi europei, tra cui la Francia, dove il formato ipermercato ha, ormai, raggiunto una fase di maturità e sta perdendo centralità a favore di formule distributive più flessibili e maggiormente orientate alla prossimità”.
Guardando al fatturato delle imprese del commercio al dettaglio in Italia, spicca il risultato dei discount, “il cui fatturato (35,5 miliardi di euro, ndr) risulta più che raddoppiato tra il 2018 e il 2025 (+101,1%). Tale dinamica conferma il consolidamento di un formato distributivo che ha saputo rispondere efficacemente all’esigenza di risparmio espressa dai consumatori”. Dal 2018 al 2025 cala il fatturato degli ipermercati (-8,4% a 25,8 miliardi di euro nel 2025), cresce quello dei supermercati (+22,4% a 63,9 miliardi di euro), ma anche dei piccoli negozi alimentari (22,3 miliardi di euro, +5,4%). A livello generale, spiega il rapporto, “parallelamente, prosegue la crescita dei canali distributivi non basati sul punto vendita fisico tradizionale. Le attività che operano prevalentemente attraverso il commercio online, la vendita porta a porta e i distributori automatici registrano tra il 2018 e il 2025 un incremento del fatturato pari al 41,9% (+13,6% come unità). L’espansione di queste modalità di vendita, in particolare del commercio online, rappresenta una delle principali sfide competitive del settore, che deve indurre gli operatori tradizionali a investire nell’integrazione tra canali fisici e digitali”.
Ovviamente, il calo demografico e i cambiamenti della società incidono. Trent’anni fa i consumi alimentari “non avevano quasi nulla a che fare con ciò che acquistiamo e utilizziamo oggi per costruire un’esperienza di un pranzo o di una cena”, spiega il rapporto, che aggiunge che “se oltre il 37% delle famiglie sono unipersonali - che non vuol dire per forza che vivono in solitudine - è ben comprensibile che le “grandi spese” si siano ridotte e con esse anche l’appeal delle grandissime superfici. Se l’occupazione femminile è finalmente cresciuta e, per altri versi, ormai, il tempo per preparare i pasti a casa si sia ridotto, è logico che la componente di servizio dentro i beni, alimentari ma non solo, sia cresciuta notevolmente. In generale, abbiamo vissuto, in Italia come nel resto del mondo, la grande transizione da un’economia basata sui beni ad un’economia basata sui servizi: i beni, nel 1970 pesavano per oltre il 68% sul paniere di consumo nel nostro Paese, oggi siamo abbondantemente sotto il 50%. E il viaggio non è finito”.
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