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CULTURA

Giulia, la “signora di Barolo”, tra le Langhe e Torino, incarnando l’anima del Piemonte

La Marchesa inventrice del “re” dei vini è la prima donna con una statua in città. Dove si parla di candidare il “Chilometro della Carità” all’Unesco

“Il mondo dei vinti ha vinto: era la Langa della Resistenza e della fatica contadina, oggi è la Langa del Barolo”: le parole del fondatore Slow Food Carlin Petrini, langarolo Doc, spiegano perfettamente quella sorta di riverenza che si ha nei confronti delle Langhe, territorio-simbolo del Piemonte e della sua anima contadina, ma nobile, raccontata in alcune delle pagine più belle della letteratura italiana, da Cesare Pavese a Beppe Fenoglio (hanno accompagnato anche WineNews, nel nostro ultimo viaggio nelle Langhe). Un’anima che porta a fare le cose sempre come si deve, prendendo molto seriamente la qualità di ciò che si produce in queste colline Patrimonio Unesco, a partire dal vino, il “re” dei vini italiani, il Barolo nato a metà Ottocento grazie all’intuizione ed ai metodi importati dalla Francia da Juliette Colbert Falletti, l’ultima Marchesa di Barolo, nelle storiche cantine del Castello Falletti (dove soggiornarono personaggi del Risorgimento come l’amico Silvio Pellico, che qui scrisse parte del “Le mie prigioni”). Ma la nobile ed intraprendente Giulia, “signora di Barolo”, divideva la sua vita con Torino, dove, dal seicentesco Palazzo Barolo, sarà la prima a sollevare in Italia il problema delle carceri femminili, nel mentre che si faceva l’Unità d’Italia. Un impegno ricordato da una scultura della Marchesa dell’artista Garbolino Rù, primo monumento dedicato ad una donna della storia torinese (donne alle quali, del resto, come abbiamo raccontato in un video proprio dalle Langhe, è legato, in buona parte, anche il futuro dei territori del vino italiano), voluto dall’Opera Barolo, patrocinato dalla Città di Torino e realizzato con il sostegno della famiglia Abbona, che custodisce la storia nelle cantine Marchesi di Barolo, e svelato, nei giorni scorsi, proprio sulla facciata del Palazzo, dove oggi si trova il Distretto Sociale Barolo, sede di diverse associazioni di volontariato che, quotidianamente, offrono servizi di assistenza e beni di prima necessità a persone e famiglie, molte delle quali povere, fragili e in condizioni vicine alla marginalità sociale.
Alla sua morte, infatti, nel 1864, la Marchesa di Barolo, donna di grande fede e capacità filantropiche, che la Chiesa ha dichiarato venerabile, essendo vedova e senza eredi, costituì l’Ente Morale Opera Pia Barolo, cui fece dono di tutti i suoi beni, per perpetuare le sue numerose iniziative caritatevoli, e che, ancora oggi, come Opera Barolo ne porta avanti l’eredità. Tanto che l’Arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, ha lanciato l’idea della candidatura come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco del “Chilometro della Carità”, il tratto della prima capitale italiana dove si trovano le esperienze di carità evangelica del Valdocco di Don Bosco, del Sermig, del Cottolengo, della Consolata e del Distretto Sociale Barolo.
Intanto, l’occasione unica per ripercorrere la vita appassionante della Marchesa di Barolo, dama di compagnia dell’Imperatrice Giuseppina Beauharnais, nata nel 1786 a Maulévrier, in Valdea, secondogenita dei Conti Colbert e discendente di Jean-Baptiste Colbert che fu Ministro delle Finanze del Re Sole, Luigi XIV, e che conobbe Carlo Tancredi Falletti di Barolo, appartenente ad una delle più importanti famiglie aristocratiche del Piemonte, alla sfarzosa incoronazione di Napoleone Bonaparte a Parigi - come racconta anche il romanzo “Sangue delle Langhe. La saga dei Barolo” di Marina Marazza (Edizioni Solferino, 2025) - è “Il Barolo a Palazzo Barolo”, evento all’edizione n. 5 promosso dalla Strada del Barolo e Grandi Vini di Langa, che, il 7 febbraio, apre le porte al pubblico della storica dimora di Torino degli ultimi Marchesi di Barolo, dove i produttori del grande rosso italiano presenteranno personalmente i loro vini in un’esclusiva degustazione tra Cru e annate differenti.
Oggi la forza del Barolo è proprio la diversità nella compattezza, essendo suddiviso tra 11 Comuni, ognuno con i suoi Cru, su una superficie produttiva poco superiore a 2.200 ettari per una produzione di oltre 13 milioni di bottiglie, che, nel 2024 hanno visto il Barolo tornare a crescere del +3,8% (aspettando i dati 2025 a “Grandi Langhe e il Piemonte del vino” 2026, edizione n. 10 della rassegna dei Consorzi di Barolo e Barbaresco e del Roero con il Consorzio Piemonte Land of Wine, a Torino, il 26 e il 27 gennaio alle Ogr-Officine Grandi Riparazioni). In poco più di mezzo secolo, segnato dal passaggio epocale del riconoscimento della Docg nel 1980, del resto, i vini che nascono nei Cru delle Langhe, i cui vigneti hanno le quotazioni più alte d’Italia, sono tra le etichette più scambiate del Liv-ex, tra i lotti più battuti nelle grandi aste internazionali e tra le Riserve più ricercate dai collezionisti del mondo con quotazioni stellari, grazie ad annate frutto di quella straordinaria longevità e di un’incredibile capacità di invecchiamento, che la Marchesa di Barolo aveva intuito.

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