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Il profondo legame tra cibo e memoria. Il 17 e 18 settembre al centro di un convegno a Pollenzo

All’Università di Scienze Gastronomiche si parlerà di come cucinare e mangiare trasmettano ricordi, esperienze, identità e storie tra generazioni
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A Pollenzo un convegno su cibo, memoria e ricordi (ph: Pexels)

In che modo ricordiamo attraverso il cibo? E che cosa possono dirci il cucinare, il mangiare, i sapori, la fame e la convivialità sui modi in cui il passato continua ad abitare il presente? Se ne parlerà il 17 e 18 settembre all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dove andrà in scena il convegno internazionale “Food and Memory: Practices, Narratives, and Afterlives of the Past”, che riunirà studiose e studiosi di discipline differenti e delle università più prestigiose (Yale, Sorbona, Durham, Duke, Coimbra, California) per esplorare il cibo come luogo privilegiato del ricordare. L’evento prende le mosse dall’idea che il cibo sia molto più di un nutrimento, di una tradizione culturale: le pratiche quotidiane di preparazione e condivisione del cibo possono funzionare come archivi incorporati, trasmettendo esperienze, identità, legami e storie da una generazione all’altra. Allo stesso tempo, il cibo può rendere visibili esperienze difficili da narrare: la fame e la privazione, lo sradicamento e l’esilio, il colonialismo e la guerra, così come il silenzio, la perdita e il trauma storico. Il cibo, ancora, svela gli orizzonti della geografia umana, di un immaginario collettivo, le forme della mobilità, le strategie per superare ostacoli, barriere, confini e guerre.
Se i food studies hanno da tempo indagato questioni legate all’identità, alla migrazione e al patrimonio, e i memory studies hanno esplorato la trasmissione e le eredità del passato, il dialogo sistematico tra questi due ambiti rimane ancora relativamente limitato. Il convegno intende mettere in relazione queste prospettive, interrogandosi non soltanto su come il cibo conservi le memorie, ma anche intraprendendo una nuova traiettoria interpretativa: ossia indagando come i ricordi vengano trasformati, contestati, dimenticati, reinterpretati ed ereditati attraverso il cibo.
Nel corso di sette panel, i partecipanti esploreranno il rapporto tra cibo e memoria della Shoah; le eredità degli imperi e il cibo nelle istituzioni; pratiche incorporate e rituali; memorie transnazionali del cibo italiano; cibo ed eredità della guerra; cucine diasporiche, genere ed eredità; e cibo, esilio, migrazione e appartenenza. Attraversando periodi storici e contesti geografici diversi - dall’Europa e dal Mediterraneo all’Asia, all’Africa e alle comunità diasporiche - gli interventi analizzeranno il cibo attraverso fonti orali, narrazioni familiari, pratiche domestiche, letteratura e media, cultura materiale e gesti quotidiani del cucinare e del mangiare.
Il convegno ospiterà anche due keynote lectures di Alessandro Portelli - tra i fondatori della storia orale, ha insegnato letteratura angloamericana all’Università Sapienza di Roma - e Marianne Hirsch, professoressa alla Columbia University - la cui ricerca si è concentrata sulla memoria, sulla teoria femminista e sul trauma transgenerazionale, in particolare dopo l’Olocausto.
Le due giornate invitano a considerare il cibo non semplicemente come qualcosa attraverso cui il passato viene conservato, ma come uno spazio in cui il passato viene continuamente ricordato, incorporato, negoziato e rielaborato. Da segnalare, tra i numerosi interventi, quello di Amy Boylan e Paula M. Salvio (University of New Hampshire) su “Le vite successive delle nonne: postmemoria, la donna-madre e lo status transnazionale della nonna italiana”, che esplora le iterazioni contemporanee della “Nonna italiana” come fenomeno transnazionale che satura libri di cucina, il “nonna-maxxing” di TikTok, il gastroturismo e la pubblicità. Le studiose si chiedono fino a che punto queste figure - utilizzate per il marketing e il branding da un lato, ma anche per la trasmissione significativa di memoria e identità per alcuni gruppi dall’altro - costituiscano una rianimazione post-memoriale della donna-madre e della massaia rurale, ideali consolidati sotto il Fascismo italiano. Nominando le risonanze storiche tra l’iconografia materna fascista e la contemporanea “Nonna-come-brand”, questo intervento contribuisce all’interesse della conferenza per la memoria alimentare caratterizzata dal genere, le vite successive del trauma storico e il lavoro metodologico di distinzione tra testimonianza, narrazione e nostalgia mercificata.
Interessante il contributo di Claudia Sbuttoni (Università di Scienze Gastronomiche) intitolato “Una tesi contro l’autenticità: memorie alimentari e storie orali italo-americane”: il cibo è da tempo riconosciuto come un potente luogo dell’identità italo-americana, eppure la sua persistenza viene frequentemente descritta attraverso un vocabolario fatto di autenticità, conservazione e perdita. Basandosi su studi che intendono invece i modelli alimentari italo-americani come prodotti di migrazione e scambio, questo intervento si chiede cosa venga oscurato quando le memorie alimentari diasporiche vengono valutate in base alla loro prossimità a una tradizione italiana “originale”. Attingendo a una selezione di testimonianze di prima, seconda e terza generazione provenienti dall’Italian American Oral History Archive della Florida Atlantic University e dalla Bronx Italian American History Initiative della Fordham University, questo intervento esamina i ricordi dei pasti in famiglia, le ricette ereditate, i nomi dialettali dei cibi, gli orti, i viaggi di ritorno e gli incontri con il cibo in Italia. Ci si chiede perché le pratiche culinarie acquisiscano una particolare autorità come marcatori di un passato “autentico” quando altre forme di trasmissione, come la lingua, la comunità e la memoria diretta della migrazione, iniziano a svanire.
L’intervento sostiene che la ricerca dell’autenticità culinaria sia essa stessa una forma di lavoro della memoria diasporica: un tentativo di stabilizzare le relazioni con luoghi e passati che sono sempre più frammentari e mediati. Tuttavia, le storie orali rivelano che i cibi ricordati come prova di continuità sono stati essi stessi continuamente trasformati attraverso la migrazione, la sostituzione, lo scambio e il passaggio generazionale. Piuttosto che trattare tali trasformazioni come allontanamenti da un passato “autentico”, l’intervento suggerisce che esse siano proprio tra i processi attraverso cui la memoria culinaria diasporica viene prodotta e mantenuta.

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