“Non possiamo vendere vino americano senza un portafoglio solido di vini importati. Una grande percentuale del nostro stipendio, a volte fino al 60-70%, proviene dalla vendita di vini importati. Questo è dovuto sia all’alta domanda di molte etichette straniere sia alla varietà molto più ampia di vini accessibili tramite importazioni che semplicemente non si possono ottenere dai produttori nazionali. Il vino è una categoria globale non fungibile, e il successo dei miei account dipende dall’equilibrio dell’offerta, dalla credibilità e dalla varietà. I vini importati forniscono questa base. Aprono porte agli acquirenti, stabiliscono parametri di riferimento e creano il contesto che permette ai vini nazionali di avere senso su uno scaffale o una lista. Un produttore o una regione riconosciuti ci fornisce un punto di riferimento. Ci permette di introdurre un vino domestico come parte di una conversazione più ampia su stile, tradizione o luogo. Senza questo contesto, i vini nazionali sono più difficili da posizionare e vendere”. Lo scrivono, nero su bianco, i commercianti di vino americano riuniti nella Us Wine Trade Alliance, in una lettera nella mobilitazione contro una nuova minaccia di ulteriori dazi al 10% su alcuni prodotti di diverse aree del mondo, tra cui l’Ue, che per ora non riguarda esplicitamente il vino, ma potrebbe farlo, e che l’amministrazione Trump sta valutando se introdurre o meno, attraverso l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, utilizzando come motivazione, questa volta, le indagini condotte ai sensi della Section 301 sulle misure adottate da governi stranieri per contrastare il “lavoro forzato” (assimilabile, semplificando, al “caporalato”, ndr).
“Il Governo ha, inoltre, richiesto osservazioni sulle aliquote tariffarie proposte, sui prodotti da includere o escludere e sull’effettiva praticabilità ed efficacia dell’imposizione di dazi su specifici prodotti per affrontare le pratiche dei governi stranieri oggetto dell’indagine. A coloro che richiedono l’esclusione dai dazi viene, inoltre, chiesto di spiegare se tali misure potrebbero provocare gravi interruzioni nell’approvvigionamento o arrecare danni più ampi all’economia statunitense”, spiega l’Uswta. Che, appunto, si è nuovamente mobilitata perché il vino non sia ulteriormente colpito, sottolineando, come già fatto in passato, l’importanza che il vino straniero, ed europeo in particolare (di Italia e Francia in testa), sia fondamentale per tutta la “wine industry” americana. E chiedendo a tutti i rappresentanti del trade enoico americano di firmare la lettera entro il 3 luglio (qui), per poterla, così inviare, entro il 6 luglio, termine fissato per le valutazioni.
“La Uswta parteciperà, inoltre, attivamente alla prossima audizione dell’Ustr-United States Trade Representative dedicata a questo tema. Abbiamo organizzato interventi che rappresentano l’intera filiera economica del vino, con l’obiettivo di dimostrare quanti posti di lavoro, ricavi e attività economiche negli Stati Uniti dipendano dalla vendita di vino importato. Il wine merchant Neal Rosenthal interverrà dal punto di vista di un importatore statunitense. Il produttore Tim Mondavi parlerà in qualità di produttore americano di vino, mentre Kevin Parks, rappresentante commerciale di Grassroots Wine in South Carolina, illustrerà come il vino importato sostenga il lavoro della rete commerciale, delle imprese locali e dei clienti lungo l’intero sistema distributivo a tre livelli (three-tier system). Nel loro insieme, queste testimonianze dimostreranno chiaramente che i dazi sul vino importato non colpiscono soltanto i produttori stranieri, ma danneggiano direttamente imprese, lavoratori e consumatori americani in tutti i cinquanta Stati”.
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