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Imprese vitivinicole e quotazione in borsa: è tutto oro quello che luccica?
di Franco Pallini

Ciclicamente, il mondo della finanza lancia inviti accattivanti al mondo del vino italiano. Ultimo in ordine di tempo quello arrivato da Torino dal Salone del Vino, dove nel convegno “Vino & Finanza, gli strumenti per crescere”, è stato confermato l’interesse del mondo finanziario al comparto vitivinicolo. Un interesse che sembra apparentemente reciproco.
Di solito, però, e forse inevitabilmente, in questa “proposta di matrimonio” difficile trovare delle magagne. Ma l’eventuale ingresso in Borsa rappresenta evidentemente una svolta nella vita di qualsiasi azienda e, come tutti i cambiamenti, anche la quotazione è portatrice di alcuni effetti sia positivi che negativi. Vantaggi e svantaggi che, per una piccola o media impresa, è questa ancora la vera dimensione della stragrande maggioranza delle imprese vitivinicole italiane, possono essere riassunti in vantaggi per l’azienda (finanziamento della crescita interna ed esterna, diversificazione e rafforzamento della struttura finanziaria, incentivi per il management, valorizzazione dell’immagine aziendale, agevolazioni fiscali), vantaggi per gli azionisti (monetizzazione dell’investimento, liquidità e valore certo del titolo, agevolazione nei problemi successori), ma anche inevitabili svantaggi (eventuale perdita del controllo dell’azienda, rinuncia alla commistione tra patrimonio aziendale e familiare, obblighi informativi).
Certo, la Borsa può rappresentare una marcia in più per rispondere ad una competizione globale sempre più agguerrita. Ma la stessa Borsa non può essere l’unica strada per affrontare le moderne dinamiche economiche. Un elemento, quest’ultimo, che sembra non essere sfuggito alle aziende vitivinicole italiane ancora tendenzialmente restie a questi nuovi scenari. I motivi stanno nello stesso Dna aziendale dell’impresa vitivinicola tipo del Bel Paese: convivenza in un’unica (nella maggior parte dei casi) compagine aziendale della proprietà agricola e della parte commerciale; settore molto frammentato e formato da soggetti di piccole dimensioni e, ancora e soprattutto, legato all’andamento ciclico del processo produttivo. C’é poi anche uno scoglio culturale, dovuto alla proprietà delle aziende da parte delle famiglie, che temono di perdere il controllo dell’impresa.
Per le imprese del vino, poi, gli asset principali restano i vigneti che rappresentano un investimento ammortizzabile su un arco temporale di lunghissimo periodo e per un’azienda vinicola che vuole quotarsi il primo nemico è rappresentato da quater e dividendi, difficili da assicurare per un sistema produttivo fortemente legato alla stagionalità e agli andamenti climatici. Gli investimenti nel mondo del vino rimangono essenzialmente investimenti di tipo agricolo, mal conciliabili con gli appetiti della Borsa, soprattutto se la volontà è quella di puntare su produzioni di qualità e su i “fine wine” destinati all’invecchiamento.
Forse, come ha indicato il premio Nobel 1997 Robert C. Merton in una recente intervista a www.winenews.tv, “al mondo del vino bastano strumenti finanziari più semplici, come per esempio i futures, che consentono ai produttori di investire senza rischiare troppo in un campo che non possono controllare, rimanendo così liberi di occuparsi di ciò che possono invece controllare, ossia la scelta dei vitigni, dei terreni e dei metodi di vinificazione”.
Come dire, gia produrre vino presenta rischi non indifferenti: un’annata cattiva, un’improvvisa malattia della vite o una grandinata settembrina; figurarsi poi, se alle imprevedibilità di Madre Natura si uniscono quelle dell’investimento finanziario giocato in borsa, mercato mobile per definizione.

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