La Nigeria è il Paese al mondo nel quale, in media, i propri cittadini spendono di più per i consumi di cibo domestico: ben il 56% della loro capacità economica. A seguire c’è il Myanmar (54,8%), Laos (53,9%), Kenya (48,7%) e Turkmenistan (46,3%). Di contro, tra gli Stati che spendono di meno per fare la spesa alimentare, c’è Singapore con appena il 6,3%, Stati Uniti (6,4%), Irlanda (8,3%), Regno Unito (8,3%) e Svizzera (8,5%). Un divario notevole che si spiega con il principio economico della Legge di Engel, ovvero che più è alto il reddito delle famiglie e minore è la quota che queste destinano all’acquisto di beni alimentari (anche se la spesa assoluta per il cibo può comunque crescere). L’Italia si colloca alla posizione n. 75, su 103, con gli italiani che spendono per comprare i generi alimentari il 14,9% della propria capacità economica. Numeri e dati, relativi al 2025, pubblicati dall’Economic Research Service dell’Usda, il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, resi sotto forma grafica da Visual Capitalist e analizzati da WineNews. L’obiettivo alla base dell’indagine è stato confrontare le differenze nella spesa alimentare in 103 Paesi, prendendo in considerazione i soli prodotti alimentari acquistati per il consumo domestico, escludendo ristoranti, alcolici e tabacco. Va precisato che questi dati misurano l’incidenza sulla spesa dei consumatori, non il costo assoluto dei prodotti alimentari. I Paesi con percentuali più basse potrebbero comunque spendere, infatti, in termini assoluti, cifre decisamente superiori per l’acquisto di generi alimentari. Ciò detto - e non a caso, con il cibo protagonista - questa lista racconta uno spaccato attuale del mondo tra Paesi più poveri e più ricchi, e forse anche un indice più realistico di quelli sul Prodotto Interno Lordo, dal momento che si misura quanto incide la necessità dell’individuo di mangiare rispetto alle proprie disponibilità. Nelle prime 10 posizioni ci sono 5 Stati africani (Nigeria, Kenya, Tanzania, Camerun e Costa d’Avorio) e altrettanti asiatici (Myanmar, Laos, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan). Curioso è che anche le differenze regionali si mantengano notevoli: il 56% della Nigeria si contrappone al 17% del Sudafrica, mentre il 55% del Myanmar è quasi dieci volte superiore al 6% di Singapore. Poi, al n. 11, arriva il primo Paese europeo: l’Ucraina, con un’incidenza sulla spesa alimentare in base alla propria capacità economica del 41,6%, e dove è realistico credere che incida non poco la guerra in corso dal 2022 contro la Russia (a sua volta, comunque, al 25,7%). Dall’altro lato, tra i 10 Stati che spendono di meno per il cibo domestico solo 1 appartiene all’Unione Europea ed è l’Austria (9,9%), che, comunque, spende sempre di più di Australia, Canada, Hong Kong, Svizzera, Regno Unito, Irlanda, Usa e Singapore. La ricerca spiega che i Paesi in cui il cibo rappresenta una quota maggiore della spesa dei consumatori, potrebbero essere più vulnerabili all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. L’inflazione alimentare esercita, infatti, un’ulteriore pressione sulle famiglie che già destinano una parte considerevole del proprio reddito all’acquisto del cibo. E l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base può costringere i nuclei familiari a ridurre la spesa per altri beni di prima necessità, con conflitti, shock climatici e pressioni economiche che continuano a essere tra le cause dell’insicurezza alimentare a livello globale, secondo il World Food Programme. La Fao, da sempre, sottolinea e si batte per un’alimentazione nutriente e accessibile dal punto di vista economico in quanto fondamentale per la salute e lo sviluppo economico, e alla luce di questi numeri, risuonano ancora più incisive le parole pronunciate da Papa Leone XIV, proprio al quartier generale della Fao, a Roma, durante la cerimonia globale della “Giornata Mondiale dell’Alimentazione” 2026, il 16 ottobre: “è intollerabile che il pane sia considerato un privilegio”.
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