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DECLINO

Le difficoltà del gigante Ste. Michelle affossano la viticoltura dello Stato di Washington

L’azienda ha comunicato un taglio del 40% all’acquisto di uva dai suoi conferitori. In pericolo il futuro di 4.000 ettari vitati
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La più grande azienda del Nord Ovest americano, Ste. Michelle

Com’è possibile che il destino e le fortune del vino di un intero Stato, quello di Washington, sia legato a doppio filo con quello di una singola realtà? La premessa è leggermente esagerata, ma il peso specifico di Ste. Michelle, la più grande azienda enoica del Nord Ovest degli Stati Uniti, è effettivamente enorme, perché al di là dei vigneti di proprietà - oltre 1.000 ettari, di cui 970 nello Stato di Washington e 77 in Oregon - ha costruito il suo business su una fitta ed articolata rete di conferitori, che coltivano qualcosa come 12.000 ettari di vigneti, sui 22.000 complessivi dello Stato. 

In soldoni, il 60% di tutto il vino prodotti nello Stato di Washington è prodotto da Ste. Michelle. Fino al 2017, in realtà, i numeri erano ancora più importanti, con 14.000 ettari vitati controllati su 24.000 complessivi. Nel 2020 sono arrivati i primi problemi: il bilancio, chiuso con un debito di 360 milioni di dollari, spinse la multinazionale Altria Group - che controlla anche Philip Morris, Kraft Foods, InBev - a cedere Ste. Michelle alla società d’investimento Sycamore Partners per 1,2 miliardi di dollari (ne avevamo scritto qui). Tre mesi fa, inoltre, Ste. Michelle ha ceduto il controllo del suo fiore all’occhiello, Stag’s Leap Wine Cellars, in Napa Valley, alla Marchesi Antinori.

È di questi giorni, infine, la decisione, comunicata dalla stessa Ste. Michelle, di tagliare del 40% l’acquisto di uva dai suoi conferitori dello Stato di Washington. Una notizia che ha precipitato i viticoltori di un intero Stato nello sconforto, specie perché arrivata a poche settimane dall’inizio della vendemmia. La parabola, però, a posteriori appare quasi inevitabile. Il mercato Usa ha ormai imboccato da tempo la parabola di un consumo sempre più qualitativo (la famosa premiumisation), e Ste. Michelle, storicamente fortissimo sul segmento entry level (9-10 dollari a bottiglia) si è improvvisamente ritrovata con il cerino in mano. 

La svolta, brusca ma necessaria, punta a ridurre la produzione cercando di consolidare i marchi di livello più alto, con conseguenza strutturali enormi. Pensare di trovare spazio a così tanta uva non solo è difficile in vista della prossima vendemmia, ma anche dei prossimi anni: i conferitori di Ste. Michelle sono abituati a lavorare su grandi quantità, con lavorazioni e raccolta meccanizzata, in convenzionale; il contrario di ciò che fanno le boutique winery dello Stato di Washington, che rappresentano il 90% dei produttori. Difficilissimo anche che altre grandi aziende, che vivono la stessa situazione di Ste. Michelle, possano in qualche modo sostituirla, se non in minima parte. La prospettiva peggiore, ma assolutamente realistica, è l’espianto di 4.000 ettari vitati, poco meno di un quinto del potenziale produttivo dello Stato di Washington.

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