Al centro del nuovo progetto enoico di Vignavecchia c’è Olivier Adnot, dal denso curriculum maturato tra la Champagne e la Borgogna, il Rodano e la Provenza, fino all’arrivo alle nostre latitudini da Biondi Santi dopo l’acquisizione francese. La realtà raddese di Vignavecchia ha però una sua storia lunga 150 anni e condotta dalla famiglia Beccari, che trova oggi una rinascita. 17 gli ettari vitati, che sono, a seguito di reimpianti o sovrainnesti, completamente dedicati al Sangiovese, allevato in biologico e con pratiche biodinamiche. Una sfida ambiziosa in uno degli areali più significativi della denominazione del Chianti Classico e non solo, ad alta densità di nomi che hanno fatto la storia del vino toscano e continuano nell’assoluta eccellenza. Sono due le etichette del nuovo corso di Vignavecchia, cominciato nel 2019. C’è “Il Raddese”, Sangiovese in purezza fermentato in cemento in parte a grappolo intero, maturato per 12 mesi in legno grande e per altri 12 in cemento e anfora, a cui seguono 36 mesi di affinamento in bottiglia (prodotto solo Magnum). E c’è il “Vignavecchia, anch’esso da sole uve Sangiovese, che differisce da “Il Raddese” soltanto per il periodo di affinamento in bottiglia (30 mesi). Quest’ultimo, nella versione 2021, possiede aromi fruttati rigogliosi su base speziata dai tocchi balsamici. In bocca il sorso è solido e articolato, dal finale di buon passo ancora su toni balsamici.
(fp)
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