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I “distretti del vino” in crisi o in fase di cambiamento?
di Franco Pallini

Un recente studio di Banca Intesa e Venice International University ha evidenziato che gli studiatissimi e originali “distretti industriali” italiani, considerati, per anni, isole felici, cominciano a segnare il passo, o meglio, il trend positivo che li aveva interessati in passato in misura generalizzata, continua solo su specifiche aree (mentre in altre si profilano all’orizzonte evidenti segni di sofferenza).

Una tendenza questa che mette in discussione il “distretto”, elemento fondamentale del successo delle “Pmi” italiane, che sembra oggi non rappresentare più quel vantaggio competitivo in grado di fronteggiare qualunque tempesta del mercato. Facile supporre che questa sorta di involuzione colpisca anche i cosiddetti “distretti del vino”.

Una supposizione non più di tanto azzardata, considerando i risultati non omogenei ottenuti sul mercato da queste realtà produttive, che siamo abituati a far coincidere normalmente con una denominazione di origine controllata. Le buone performance vengono piuttosto dalle strategie delle singole aziende vitivinicole indipendentemente dall’appartenenza ad un “distretto”, costituendo l’alternativa più immediata al rischio di declino delle Pmi italiane del vino.

Innovazione tecnologica, politiche di marketing aggressive e di difesa dei marchi, comunicazione, immagine, capacità di internazionalizzare e formazione delle risorse, sono gli ingredienti principali di una ricetta imposta da condizioni economiche generali che richiedono necessariamente maggiori sforzi rispetto al passato.

Probabilmente il “distretto del vino” come forma economico sociale non è morto, ma evidentemente deve mettere in atto una serie di trasformazioni per quanto riguarda soprattutto il suo impatto sui mercati, specialmente internazionali.

E’ chiaro che il modo di affrontare le difficoltà di mercato odierne impone anche di “non pensare solo al proprio orticello”, specialmente per un comparto produttivo come quello vitivinicolo così polverizzato e che deve necessariamente confrontarsi con le grandi concentrazioni imprenditoriali statunitense o australiane. Ma è altrettanto vero che le azioni di molti “distretti del vino”, che non sono riusciti a diventare “fabbriche senza mura”, legate ai valori comuni degli attori in campo, non sono ancora sufficientemente dinamiche rispetto ad una domanda globale che chiede flessibilità e alla esigenza di vendere più un’identità territoriale che un prodotto.

Spesso, anzi, i vantaggi offerti dal “distretto”, per definizione esente da rigidità organizzative, sono stati disattesi da un eccessivo ricorso alla burocratizzazione o da conflitti istituzionali, finendo per incidere negativamente sugli interessi di filiera.

Franco Pallini

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