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Vino, violini e chitarre: quando le strade del Barolo, di Stradivari e della Stratocaster sembrano incrociarsi naturalmente
di Franco Pallini

L’accostamento fra musica e vino, individuato, per esempio, in esercizi di abbinamento o attraverso una vera e propria ricerca di “affinità elettive” fra generi, artisti ed etichette, è stato tentato da più parti anche con risultati interessanti. Un incontro auspicabile, quello fra vino e musica, ma forse un po’ presuntuoso, almeno tenendo fermo il fatto che la musica, nelle sue forme più alte, è una espressione artistica, una delle classiche “arti belle” (insieme a pittura, scultura danza, poesia, architettura e eloquenza). Il che implica la sua non riproducibilità e la sua fruibilità, mentre il vino resta irrimediabilmente un prodotto che ha come qualità peculiari la riproducibilità e il consumo. L’arte plasma le idee e la storia degli uomini, il vino, tutt’al più, resta nella storia. Ma qui fermiamo la riflessione, che prenderebbe decisamente un’altra strada.

Riserva delle impressionanti analogie, invece, l’avvicinamento tra il vino e i mezzi che la musica producono o riproducono. Stiamo parlando di oggetti che stimolano i sensi: un violino o un amplificatore l’udito, il vino la vista, l’olfatto e il gusto. Potremmo, evidentemente, obbiettare che gli strumenti musicali e le elettroniche sono meri mezzi e che, invece, il vino è un fine da se stesso, ma permetteteci anche in questo caso di abbandonare tale ragionamento, che ci porterebbe davvero troppo lontano.

Torniamo invece alle analogie tra i mezzi che producono o riproducono la musica e il vino.
Scegliere un violino italiano, piuttosto che uno tedesco significa preferire un suono dal timbro più dolce o più aspro, come scegliere un Merlot in purezza piuttosto che un Sangiovese in purezza, significa, a grandi linee, replicare una medesima opzione sensoriale, questa volta spostata dalle orecchie alla bocca e al naso. Stesso ragionamento venendo a strumenti più moderni: Marshall + Gibson Les Paul rispetto a Vox + Fender Stratocaster - nel primo caso un’accoppiata amplificatore-chitarra elettrica dal suono scuro, caldo e potente, nel secondo caso, invece, una dal suono chiaro, sottile e nervoso - potrebbe equivalere, in termini enoici, all’alternativa Supertuscan o Barolo.

Se volgiamo la nostra attenzione al mondo tendenzialmente “esoterico” dell’Alta Fedeltà - e già partiamo con una bella analogia con quello del vino -, le somiglianze si amplificano ulteriormente, rischiando di diventare addirittura delle sovrapposizioni. Nel mondo dell’hi-fi impera un linguaggio da iniziatici, spesso incomprensibile ai più, fatto di tecnicismi e termini di cui sono pienamente padroni soltanto gli addetti ai lavori. Le riviste specializzate, che anche in questo comparto merceologico dettano le tendenze del mercato con le loro recensioni, vivono nell’eterna contraddizione fra l’artigianato del suono, popolato da piccoli laboratori che sfornano amplificatori, cd-player e casse acustiche prossime alla riproduzione del suono naturale, e la grande industria propensa, invece, a produrre elettroniche dal suono morbido e accattivante, in altri termini, più commerciale. Anche nell’Alta Fedeltà i grandi marchi “consumer”, fiutato l’affare della nicchia di mercato del super-audiofilo dal ricco portafoglio, hanno predisposto delle linee di prodotti, per esempio, dalla componentistica selezionata a mano e dai prezzi, di conseguenza, stellari, come, dall’altra parte, i marchi già solidamente posizionati nella fascia più alta e ristretta del mercato hanno cominciato a produrre elettroniche “entry-level”, più economiche e per questo in grado di raggiungere anche gli audiofili meno abbienti. Anche nel mondo stereophile è in atto una sorta di guerra “santa” tra tradizione e innovazione: meglio il suono analogico o quello digitale, e, ancora, meglio le valvole o i transistor, come a dire, in termini enoici, meglio la botte grande o la barrique? Per quanto riguarda, in fine, il rapporto diretto con l’appassionato, come nel mondo hi-fi esiste, nei negozi più professionali, la sala d’ascolto per provare le elettroniche e poter scegliere con cognizione di causa, così nel mondo del vino esiste la sala di degustazione (per la verità più presente nelle cantine dei produttori che nelle enoteche), predisposta per il medesimo motivo.

Un divertissement più che un rigoroso esercizio di marketing comparativo, quello che qui abbiamo proposto, ma con la convinzione che possa stimolare la riflessione e dimostrare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che le leggi e i comportamenti che governano un genere merceologico, piuttosto che un altro, rispondono a medesime logiche di un mondo che è “una immane raccolta di merci”.

Franco Pallini

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