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QUESTIONE DI GENERE

Il lavoro delle donne in agricoltura “vale” 1.800 euro annui in meno del lavoro maschile

La denuncia dalla Slow Wine Fair a BolognaFiere. Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia: “ma qui vediamo la rivoluzione del vino”

Il lavoro delle donne in agricoltura “vale” meno, almeno 1.800 euro annui in meno del lavoro maschile, secondo lo studio dell’Osservatorio Placido Rizzotto “(Dis)uguali”. Le donne sono sfruttate nei campi, dove a iniqui trattamenti economici si aggiunge lo sfruttamento sessuale. E sono sfruttate a casa, dove familiari e mariti considerano naturale il loro impiego nei campi, non come vero e proprio lavoro, ma come ausilio alle economie familiari, in aggiunta all’enorme quotidiano carico di accudimento domestico. Eppure, il mondo del vino, ancora una volta, si fa portavoce di un settore che ribolle e lancia segnali di controtendenza, la stessa che si registra in tutto il settore agroalimentare: il 28% delle cantine italiane è diretto da donne (dati Cribis/Crif). In vigna e in cantina la loro presenza è del 14%, mentre le percentuali aumentano mano a mano che lungo la filiera ci si avvicina al consumatore: le donne sono l’80% degli addetti al marketing e alla comunicazione, il 51% di chi si occupa di commerciale e il 76% di chi riceve i turisti (Nomisma 2022). È la denuncia sulle differenti condizioni lavorative e retributive che le donne subiscono in agricoltura lanciata dalla Slow Wine Fair a BolognaFiere, con la direzione artistica di Slow Food, fino a domani fino a domani, in contemporanea con Sana Food, e con il suo bagaglio di 1.100 cantine che seguono i principi del “Manifesto del vino buono, pulito e giusto”, nell’incontro “L’uva è donna” sulla questione di genere nel mondo del vino, settore a cui le donne danno un contributo prezioso, ma spesso invisibile, a causa di quella stortura culturale che considera l’eccellenza puro appannaggio maschile.
“Tuttora il femminile vive costretto in stereotipi e cliché che rendono certamente impervi i percorsi, e quando le donne raggiungono traguardi, lo fanno nonostante”, ha affermato Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia.
Laura Donadoni, giornalista e scrittrice, autrice di “Intrepide. Storie di donne, vino e libertà” e di “Basta una goccia. Storie di gastronome ribelli”, per Slow Food Editore, ha raccontato che “come giornalista, scrittrice e sommelier ho assistito a molte forme di discriminazione nel mondo del vino. Tantissime donne hanno iniziato a scrivermi sui social, raccontandomi situazioni pesanti: contesti in cui non venivano ascoltate, venivano sminuite o addirittura ricattate. Da lì la mia vita è cambiata radicalmente. Ho sentito l’urgenza di impegnarmi per contribuire a costruire un mondo del vino più equo, non solo raccontando queste storie ma creando strumenti concreti di cambiamento. All’interno del progetto europeo Dafne abbiamo presentato “Grapes of Change”: vogliamo far crescere il grappolo del cambiamento. L’obiettivo è promuovere empowerment e creare un osservatorio che raccolga dati sull’inclusività delle donne nel settore. Coinvolgeremo partner di 8 Paesi e oltre 150 aziende, con interviste e analisi per comprendere lo stato reale delle cose e offrire poi strumenti formativi alle imprese. Con i risultati potremo dialogare con le istituzioni europee per innescare un cambiamento strutturale”.
Cambiamento che con forza porta avanti quotidianamente Franca Miretti, contitolare Cantina del Pino a Barbaresco: “nasce nel 1997 da mio marito Renato e da mio padre. Io facevo l’architetto, poi ho conosciuto Renato e ho scelto di lasciare la mia professione per affiancarlo: abbiamo condiviso sei anni di grande intesa, personale e professionale. Quando è venuto a mancare, mi sono ritrovata con una bambina di un anno e la responsabilità dell’azienda. Sono stati momenti complessi, di dolore ma anche di scelte decisive. Oggi mia figlia ha sette anni ed è, simbolicamente e concretamente, la mia socia: sente un’appartenenza fortissima verso questa realtà. Negli anni mi sono avvicinata sempre di più alla vinificazione. All’inizio mi domandavo spesso: “Come avrebbe fatto lui?”. Avevo timori e insicurezze, ma lavorando e imparando ogni giorno ho trovato la mia strada e una nuova solidità. Nel 2020, in pieno Covid, il mercato stava cambiando e non è stato semplice. In quel periodo mi sono aggrappata al Consorzio e a Slow Wine, che mi hanno dato un sostegno fondamentale per andare avanti”.
Fondamentale è non sentirsi soli, far parte di una squadra in cui ognuno gioca un ruolo diverso per dare dignità al lavoro della donna in un settore che è sempre stato molto maschilista. Da qui nascono iniziative come quella che arriva dall’Australia con Amelia Birch, sommelier e imprenditrice nel mondo del vino, nota soprattutto come fondatrice e proprietaria di Famelia, un wine bar e bottle shop situato a Sydney. “Il mio locale vuole essere soprattutto una vetrina di vini prodotti da donne. Il numero di donne nell’industria del vino è ancora così ridotto che spesso non ci rendiamo conto che possono farlo, e anche benissimo. Quando scegliamo un vino, abbiamo una responsabilità: possiamo contribuire a dare visibilità e opportunità e sostenere chi protegge un territorio e le sue cultivar, chi produce nel rispetto dell’ambiente e delle persone, chi costruisce valore per la comunità oltre che per il mercato. Ogni bottiglia è una scelta, e ogni scelta può fare la differenza”.
Purtroppo il recente studio “(Dis)Uguali La condizione di pluri-sfruttamento delle donne in agricoltura”, condotto dall’Osservatorio Placido Rizzotto, racconta la realtà spesso invisibile delle donne che lavorano in agricoltura, evidenziando sfruttamento, disparità salariale e condizioni di vulnerabilità, soprattutto tra le migranti, come ha evidenziato Jean-René Bilongo, presidente dell’Osservatorio: “lo studio racconta la condizione delle lavoratrici agricole in Italia, discriminate, sottopagate, sfruttate e spesso ricattate. Ma il problema non è solo economico. Molte sono confinate in ruoli marginali, costrette a conciliare lavoro e cura familiare, esposte a ricatti sessuali e violenze. Raccontare la condizione delle donne in agricoltura è un atto politico e sindacale. Dobbiamo valorizzarle, riconoscerne il ruolo fondamentale nelle campagne e garantire condizioni di lavoro giuste, dignitose e sicure. Solo partendo dalla conoscenza possiamo costruire una vera battaglia di giustizia sociale”.
Secondo lo studio, le donne impegnate in agricoltura sono circa 300.000, ma il numero reale è probabilmente più alto se si considerano i rapporti informali e il lavoro irregolare. I dati Istat evidenziano un divario salariale netto: le lavoratrici percepiscono in media tra i 5.400 e i 5.600 euro lordi annui, contro i 7.200-7.300 euro dei colleghi uomini. Una differenza di circa 1.800 euro che non dipende da età, cittadinanza, titolo di studio o territorio di residenza. Complessivamente, alle donne va appena un quarto della massa salariale del settore. Il Quaderno attraverso dati, testimonianze e storie di resistenza, invita a riconoscere il loro ruolo e a costruire percorsi di emancipazione e riconoscimento dei diritti. Le indagini mostrano un sistema che carica le donne di compiti invisibili e non retribuiti, le espone a gravi rischi sanitari e le relega in ghetti dove la loro presenza resta ignorata nel dibattito pubblico. In circa 4 insediamenti informali su 10 è stata rilevata la presenza femminile, ma la narrazione collettiva continua a rimuoverla. Il volume si apre con il ricordo di Paola Clemente, morta di fatica mentre era al lavoro come bracciante in un vigneto nel 2015: una tragedia che ha contribuito all’approvazione di una delle leggi più avanzate in Europa contro il caporalato.
Concludendo l’incontro Barbara Nappini ha evidenziato che “serve un’adeguata e strutturale rappresentanza politica e sindacale di genere, serve che tutti noi capiamo che la diversità è ricchezza e che quando in una società manca una voce, non ci rimette solo la voce inascoltata, ma la società intera”.

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