La crisi dello Stretto di Hormuz come già testimoniato da un sondaggio su 500 imprese dell’agroalimentare italiano firmato da The European House Ambrosetti, preoccupa molto il settore. Ed è una preccupazione condivisa a livello mondiale, perchè la scarsità dei fertilizzanti, che è una delle conseguenze dirette più tangibili (senza dimenticare aumento dei costi energetici, logistica ed instabilità più in generale), colpirà i prossimi raccolti e le forniture alimentari a livello globale. A sottolinearlo il dg dell Fao, Qu Dongyu, ieri, alla Riunione Ministeriale dei Paesi Med9 (gruppo informale che raccoglie 9 Paesi mediterranei membri dell’Unione Europea: Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta, Slovenia e Croazia), che ha spiegato come “la scarsità globale di fertilizzanti causata dalle perturbazioni nello Stretto di Hormuz comporterà rese inferiori ed un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà 2026 e nel corso del 2027. Non si tratta soltanto di una crisi geopolitica, ma di uno shock al cuore stesso del sistema agroalimentare globale”.
Qu Dongyu ha evidenziato l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz, che in condizioni normali movimenta quote significative degli scambi mondiali di petrolio, gas naturale liquefatto, zolfo e fertilizzanti. Le perturbazioni ai flussi marittimi attraverso questo corridoio, ha avvertito, stanno già comprimendo i mercati dei fertilizzanti e aumentando i costi energetici, con potenziali gravi conseguenze per la produzione agricola e i prezzi dei prodotti alimentari. “L’agricoltura risponde ad un calendario colturale che non può essere posticipato, i fertilizzanti devono essere distribuiti in momenti precisi del ciclo produttivo. Se non arrivano in tempo, i raccolti ne risentono, indipendentemente da ciò che accade in seguito”, ha sottolineato Dongyu, ribadendo che gli impatti attuali non si limitano ai prezzi presenti, ma si trasmettono ai raccolti futuri.
Il dg Fao ha osservato che le ripercussioni sono particolarmente preoccupanti poiché coincidono con periodi critici di semina e concimazione nelle principali regioni produttive. I Paesi dipendenti dalle importazioni in Africa, Asia e in alcune zone del Medio Oriente figurano tra i più esposti, in particolare quelli già alle prese con insicurezza alimentare acuta, fragilità economica o shock legati ai cambiamenti climatici. Ma nessun Paese è al riparo, e secondo la Fao serve un intervento prioritario coordinato su tre priorità. Nel breve termine, è importante mantenere il funzionamento delle catene di approvvigionamento, facilitando rotte commerciali alternative, evitando restrizioni alle esportazioni, sostenendo l’accesso degli agricoltori agli input produttivi e proteggendo le filiere umanitarie. Nel medio termine, serve, invece, un rafforzamento del coordinamento regionale, la diversificazione delle fonti di fertilizzanti e di energia, nonché un sostegno mirato alle economie più vulnerabili. Nel lungo termine, Qu ha ribadito ancora la necessità di una trasformazione strutturale volta a ridurre la dipendenza da rotte di approvvigionamento concentrate e da input basati sui combustibili fossili, anche attraverso investimenti nell’agricoltura sostenibile, nelle energie rinnovabili, in soluzioni fertilizzanti innovative e nel rafforzamento dei sistemi di stoccaggio e logistica.
Ma intanto, come è noto, la crisi di Hormuz si sta già facendo sentire, e, per esempio, “ha fatto salire alle stelle i costi dei fertilizzanti come l’urea che è balzata a 870 euro a tonnellata, contro i 470 del maggio di un anno fa (+85%), mentre nello stesso periodo il nitrato ammonico è passato da 369 euro a tonnellata a 510 (+38%)”, ha sottolineato Coldiretti, secondo cui la chiusura di Hormuz ha ritardato la disponibilità fino a 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese, mettendo a rischio la produttività agricola. “L’aumento incontrollato dei concimi, unito a quelli sul gasolio agricolo e degli altri fattori di produzione legato alla guerra in Iran sta impattando pesantemente sulle aziende agricole italiane mettendo a rischio la produzione alimentare e rendendo necessarie urgenti misure a livello europeo per contrastare la crisi. Il pericolo è un calo della disponibilità di prodotto che potrebbe arrivare a favorire fenomeni di delocalizzazione. Purtroppo l’Ue continua ad apparire molto distratta e molto in ritardo - conclude Coldiretti - nel seguire le esigenze che vivono oggi i coltivatori europei che debbono produrre cibo sicuro e di qualità per tutti i cittadini del continente”.
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