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BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA

“La cucina italiana ha tanti perché, e le risposte ci regalano racconti meravigliosi”

Parola dell’antropologo Marino Niola, che spiega perché la tavola è emozione. E che ciò che lega un cibo a una terra non è la nascita, ma “l’adozione”

“La cucina italiana è sentimento, emozione, ricordo, e i suoi confini sono quelli della mente e del cuore. Una cucina con tanti perché. E le risposte ci regalano racconti meravigliosi”. Parola dell’antropologo Marino Niola, che così scrive nel libro-raccolta di perché e meditazioni “La cucina dei perché”, indagando le origini delle nostre abitudini a tavola, che ci accompagnano ogni giorno e che hanno portato al riconoscimento della Cucina Italiana Patrimonio Unesco. La cui storia è fatta di intrecci, incontri, scontri, casualità, commerci, riti e religioni, credenze ed usanze, analisi scientifiche e prassi quotidiane forgiatesi nei secoli. Che, a volte, sembrano “solo” curiosità, ma che ci aiutano anche riflettere, perché come sosteneva l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, “una cosa diventa buona da mangiare quando è anche buona da pensare”.
Perché i gladiatori mangiavano tante cipolle? Perché il pomo è “della discordia” e le forchette hanno quattro punti? Da dove vengono i nomi parmigiana e barbecue? E perché si sono affermati modi di dire come “avere sale in zucca” o “pan per focaccia”? In un’epoca in cui si parla tanto di sovranismo alimentare, Marino Niola, giornalista e divulgatore scientifico, professore di Antropologia dei Simboli all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli (al quale, in tempi non sospetti, WineNews aveva chiesto il valore della candidatura della Cucina Italiana all’Unesco, ndr), ci ricorda come ogni cucina è il frutto di mescolanze, prestiti e incroci, che anche il piatto più tradizionale ha dentro la traccia dell’altro, e che molti degli ingredienti base della nostra gastronomia vengono da lontano: un esempio? “La salsa di pomodoro l’hanno inventati gli Aztechi, anche se noi italiani ci vantiamo di esserne i migliori produttori al mondo”, scrive il professore in questo saggio (Slow Food Editore, aprile 2025, pp. 156, prezzo di copertina 16,50 euro).
Perché, in realtà, quel che lega un cibo a una terra non è infatti la nascita, ma l’adozione. E, soprattutto, la dedizione che gli abitanti di un Paese hanno messo nel far proprio un ingrediente, una pianta o una razza animale. Per dirla in altre parole, l’identità - sia essa gastronomica, religiosa, paesana o cittadina - è essenzialmente un sentimento, un’emozione, una memoria. E come tale non ha confini, se non quelli della mente e del cuore.

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