Oltre 12 milioni di bottiglie esportate nel 2025, pari al 91% della produzione, nei mercati del mondo, dall’Europa al Nord America, dall’Asia al Medio Oriente, con una piccola inversione di tendenza sul mercato interno ma simbolicamente significativa: dopo un decennio di calo progressivo, le vendite in Italia tornano a crescere, superando il milione di bottiglie. Ecco i numeri dell’export, e che riflettono un trend internazionale noto con i consumi dei bianchi che superano i rossi, comunicati dal Consorzio di Tutela del Gavi, storica denominazione bianchista piemontese - il Cortese di Gavi ha ottenuto la Doc nel 1974 - al cui vino, che nasce dall’uva Cortese, è riconosciuta la versatilità di consumo, dall’aperitivo a tutto pasto, e di abbinamento alle cucine locali dei Paesi nel mondo; ha un grado alcolico contenuto, una spiccata freschezza che rende piacevole la beva e la capacità di essere accattivante anche in versioni longeve.
Una crescita, nel lungo periodo, che si nota anche a livello produttivo, con il +48,2% di bottiglie prodotte in 20 anni (pari a 4,47 milioni), per un totale di 13,7 milioni di bottiglie messe sul mercato nel 2025, simbolo di una evidente tenuta del grande bianco del Piemonte che nasce dall’uva Cortese sotto le mura dello storico Forte di Gavi, nonostante le difficoltà che il vino a livello mondiale sta incontrando. La Gran Bretagna rimane di gran lunga il primo mercato di riferimento del Gavi Docg, con 7 milioni di bottiglie vendute nel 2025, pari a oltre il 60% dell’export. Gli Stati Uniti si confermano al secondo posto con oltre 1 milione e mezzo di bottiglie (13%) mentre la Germania si attesta al terzo (5,6%), seguita da Russia, Irlanda e Malta dove circolano oltre 300.000 bottiglie di Gavi. Si rafforza anche il Canada in crescita del 43% sul 2023, e gli Emirati Arabi si consolidano come principale piazza del Medio Oriente. Tra i mercati orientali, il Giappone si conferma il primo Paese di assorbimento anche se è la Cina a registrare un’accelerazione significativa nel biennio: qui l’export di Gavi Docg è passato da meno di 10.000 bottiglie nel 2023, pari allo 0,06% del totale, a oltre 100.000 bottiglie nel 2025, portando la quota allo 0,82%.
All’interno dei confini nazionali, il consumo è fortemente concentrato nelle regioni settentrionali: il Piemonte rappresenta il bacino principale con il 42,46% dei volumi nazionali nel 2023 e il 44,19% nel 2025. Le altre regioni del Nord Italia seguono a breve distanza, assorbendo il 40,96% nel 2025, seguite da Centro e Sud. La lieve crescita della quota piemontese è riconducibile al crescente interesse e all’aumento degli investimenti delle cantine del territorio per l’enoturismo, il canale che porta il consumatore direttamente in cantina. Per quanto riguarda i canali distributivi globali, la Gdo mantiene il primato delle vendite, sebbene si registri uno spostamento significativo dei pesi: la grande distribuzione passa dal 58% del 2023 al 52% del 2025, a favore del canale Horeca che sale dal 42% al 48%. Maurizio Montobbio, presidente del Consorzio di tutela del Gavi, ha affermato che “i dati ci confermano che il Gavi Docg è uno dei vini bianchi italiani in buona salute. Stiamo attraversando crisi internazionali, dazi e conflitti dimostrando solidità grazie al lavoro condiviso tra produttori, Consorzio e istituzioni, tanto in vigna e in cantina quanto sui mercati, locale e internazionale. Siamo consapevoli che il Gavi - classico e contemporaneo insieme, storico nelle radici, versatile nell’abbinamento - incontra i gusti di consumatori esigenti e diversi tra loro e questo ci dà fiducia sul mercato domestico. Guardiamo con interesse alla sua crescita, seppur accennata, che ci dice che c’è ancora spazio per lavorare sul valore del nostro vino in Italia, anche proponendoci come destinazione enoturistica. In un momento in cui il consumatore cerca sempre più il contatto diretto con il prodotto e con chi lo fa, la cantina diventa il luogo di scoperta e di relazione dove si sta spostando il consumo esperienziale del vino, rispetto al ristorante. Per le sfide che ci attendono, dovremo osservare con attenzione la dinamicità di mercati e continuare a lavorare per mantenere sempre un’identità chiara, l’attenzione alla qualità e l’ottimo rapporto qualità/prezzo che negli anni è stata la nostra forza”.
Il Gavi Docg è stato anche protagonista della lectio magistralis “La scienza del tempo nei vini bianchi”, di scena proprio a Gavi, a Tenuta La Giustiniana, con una lezione del professor Luigi Moio, vicepresidente dell’Oiv (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino), punto di riferimento scientifico e tecnico del settore (di cui Moio è stato presidente dal 2021 al 2024) e professore ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, dipartimento di Agraria, nonché produttore con Quintodecimo, in Irpinia. Non longevità, ma scienza del tempo e un campo di conoscenze da indagare con rigore, dentro la materia viva dell’uva, del mosto e del vino.
Il professor Moio ha sviluppato una lezione dedicata alla capacità dei vini bianchi di attraversare il tempo non come semplice resistenza agli anni, ma come persistenza della propria identità sensoriale. Una riflessione che riprende alcuni dei temi al centro del suo lavoro scientifico e divulgativo, a partire dalla continuità biologica tra uva e vino. “Il vino, in questo momento, ha bisogno di riflessioni tecniche rigorose”, ha spiegato Moio, invitando a superare l’uso generico di alcune parole spesso abusate nel linguaggio del vino. Tra queste, proprio “longevità”. Perché un vino non è longevo semplicemente se dura molti anni. Lo è, semmai, se riesce a mantenere nel tempo integrità, riconoscibilità e coerenza sensoriale. Il tema, secondo Moio, riguarda in modo particolare i vini bianchi, oggi sempre più esposti alla sfida del cambiamento climatico, dell’aumento dei processi ossidativi e della necessità di preservare freschezza, tensione e precisione aromatica. Il vino è stato definito come un “equilibrio instabile”, una materia complessa che chiede di essere compresa e accompagnata. Occorre sapere quali componenti si muovono, con quali cinetiche evolvono polifenoli, aromi, precursori, ossigeno, acidità e struttura. Al centro della lezione anche il concetto di continuità biologica dell’identità sensoriale: ciò che un vino diventa nel tempo non può essere separato dalla sua base di partenza. La qualità evolutiva nasce prima della cantina e quindi nel potenziale biochimico dell’uva, nella relazione fra varietà, pianta e territorio. Nel vino, ha ricordato Moio, la “genetica” pesa moltissimo: la materia prima è la base profonda su cui si costruisce ogni possibilità di durata. In questa prospettiva, varietà come il Cortese, con cui il Gavi si identifica, diventano casi di studio particolarmente interessanti. Il tempo, dunque, non è attesa passiva, ma la conseguenza di scelte precise. Dalla vigna alla cantina, la capacità di evolvere resta il risultato di una competenza tecnica profonda.
Dall’incontro è emerso anche un nuovo tema economico e culturale: la piacevolezza di beva dei vini bianchi, soprattutto quando fondata su leggerezza, bevibilità, basso tenore alcolico e tensione, diventerà sempre più difficile da ottenere. In un clima che tende ad aumentare maturazioni, grado alcolico e rischio ossidativo, produrre vini sottili, freschi e capaci di durare sarà una sfida sempre più complessa. Una complessità che si trova nel dna del Gavi e questo apre prospettive interessanti in ottica di mercato. Per la denominazione del Gavi, l’incontro ha rappresentato un’occasione di approfondimento: capire come un vino bianco possa restare sé stesso nel tempo, continuando a esprimere il proprio paesaggio, la propria varietà e la propria identità sensoriale. Una conferma del percorso intrapreso dal Consorzio Tutela del Gavi con “Ambrosia”, il progetto finanziato dal 2023 per studiare l’adattamento del Cortese all’interno del suo territorio di elezione. Attraverso questo studio agronomico il Consorzio ha avviato un percorso di analisi e monitoraggio volto a leggere con maggiore precisione le relazioni tra vitigno, suolo, clima e calice.
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